Mason’s, l’ironstone e alcuni pezzi nuovi (prima parte)

Mesi fa, e parlo di molti mesi, nel periodo in cui cercavo in rete ispirazione per allestire tavole spaiate, mi è capitato un colpo di fulmine.

La pagina che stavo visitando è questa, e da subito diventarono oggetto del mio desiderio due pattern decorativi dello storico marchio ingkese Mason’s: il Regency e lo Strathmore.

x354-q80Prima di arrivare ai miei acquisti, tra l’altro neanche recenti (ahimè il tempo per scrivere è sempre meno), ecco una brevissima storia del marchio e delle caratteristiche della sua produzione.

Nelle ultime due decadi del Settecento inizia l’attività dei primi Mason nel mondo delle porcellane. All’epoca il commercio londinese di porcellane destinate alle classi più agiate ruotava soprattutto intorno all’importazione dall’oriente.

Alla chiusura delle attività della Compagnia delle Indie Orientali, caldeggiata proprio dai chinamaker che producevano in Inghilterra, e che chiedevano una svolta protezionistica, seguì un’intensa ricerca nella produzione di materiali che fossero simili alla finissima porcellana orientale. I materiali che già venivano prodotti in Inghilterra non avevano le caratteristiche estetiche, né di durevolezza nel tempo, capaci di competere con gli esemplari importati dall’estero, tanto da essere definiti “semi-porcellana”, “porcellana inglese”, “porcellana opaca”, fino al momento in cui, cambiando la composizione dell’impasto da cuocere, si ottenne il bone china, l’ottimo materiale che ancora oggi viene prodotto e apprezziamo.

Per chi volesse approfondire l’argomento, suggerisco questa guida al transferware  scritta da una grande appassionata di potteries inglesi, Donna Bianca.

Ma torniamo alla nostra storia. Nel luglio 1813 Charles Mason  brevetta l’ironstone, un nuovo composto, che riusciva a conciliare la finezza della porcellana con la resistenza della terracotta, ad un prezzo economico, aprendo quindi la strada ad un mercato delle potteries aperto anche alle classi medie.mason-s-regency-8-75-plates-4856-p

Le porcellane Mason’s si caratterizzano da sempre per i colori vivaci e squillanti. L’aspetto finale di questi  pezzi veniva ottenuto attraverso due passaggi decorativi: uno, legato alla tecnica del transferware, prevedeva il trasferimento, appunto, di un disegno applicato; il secondo procedeva ad aggiungere a mano, in un secondo momento e sopra ad un primo bagno nello smalto protettivo, tocchi di colori brillanti che completavano l’opera: gialli, rosa, verdi, azzurri, o più decisi rossi, blu e verdi intensi.

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La qualità dei pezzi continuò ad essere altissima fino al 1830, calando poi progressivamente fino al 1848, quando Charles Mason vendette l’attività in seguito al suo fallimento. La produzione venne rilevata da Francis Morley e cambiò più volte proprietà fino a confluire, in tempi più vicini a noi, nel gruppo Wedgwood (1973).

Il prezzo ridotto della produzione Mason’s ha fatto sì che sul mercato specialistico si trovino ancora parecchi pezzi, e i diversi marchi di fabbrica permette di datarli con una certa precisione (ad ogni cambio di mano della proprietà seguivano più o meno significative variazioni nel marchio).

Questo per arrivare agli oggetti Mason’s che ho trovato e messo insieme. Per un confronto fra le due decorazioni a cui ho già accennato, vi aspetto presto.

Promesso!

(fonte immagini: Pinterest)

Finire… e ricominciare.

Compio gli anni il 30 dicembre. Una data che di solito rimane un po’ schiacciata tra i banchetti natalizi e gli stavizi di Capodanno.

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Due anni fa la sera del penultimo giorno dell’anno avevo organizzato una cena a casa, con mio fratello e mia cognata,  mia sorella e il suo fidanzato, e due coppie di amici. Tra l’altro la cena era stata occasione per scoprire in anteprima che una delle signore invitate fosse in dolce attesa. Comunque, piacevolmente sorpresa dal fatto che tutti avessero accettato l’invito, avevo dovuto risolvere diversi problemi organizzativi: il primo era logistico, dal momento che non saremmo riusciti a sederci tutti a tavola. L’unica soluzione quindi era quella del buffet.

Il secondo problema riguardava il menù. Le portate dovevano tenere conto delle intolleranze alimentari gravi di alcuni ospiti: tra gli invitati c’era infatti una persona celiaca, un’altra che non tollera latticini e derivati del latte. Senza dimenticare che come anticipato le pietanze dovevano essere facilmenti gestibili senza avere un tavolo d’appoggio.

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Alla fine ero riuscita a strutturare un buon menù, con tartine che utilizzavano come base fettine di polenta alla piastra; sformatini di riso; cotechino con purè e lenticchie; una torta fatta in casa che fosse adatta a tutti gli ospiti.

L’anno scorso ho bissato l’invito, cambiando leggermente il menù pur mantenendo le solite caratteristiche.

Quest’anno con mio marito avevamo una mezza idea di concederci una piccola vacanza per Capodanno, ma a inizio dicembre hanno iniziato ad arrivarmi telefonate del genere: «Mi hanno invitato ad un’altra cena per il 30, ma ho detto che sono già impegnata». «Senti noi il 30 ci siamo, vengono anche X e Y, vero?». Felicissima che la serata fosse già diventata una piccola tradizione e che gli invitati avessero anche il piacere di ritrovarsi fra di loro, ho rimandato il nostro viaggetto a inizio anno e ho ricominciato a pensare ai dettagli della cena.

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Ho passato le feste natalizie a letto con una brochite arrivata appena iniziate le ferie, e ho visto vacillare la possibilità di ricevere a distanza di pochi giorni. Ma mi sono rimessa in forze. Giusto il tempo di riconfermare l’invito la mattina del 28, e mia figlia iniziava ad avere le febbre. Per il 30 sera anche mio marito era stato colpito, non prima di aver mandato fiori per me e per la piccola (bouquet grande e bouquet piccolo) e della mia cena di compleanno non se ne è fatto niente. E il viaggetto di inizio anno è ri-rimandato.

Hanno ugualmente sfidato i microbi mio fratello e mia cognata, giungendo eroicamente in cordata umanitaria con medicine e cena pronta oltre ad un bellissimo regalo per me. Abbiamo festeggiato insieme, chi con le bollicine della cantina chi con le bollicine della farmacia, e devo dire che per come era iniziato è stato un compleanno bello.

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Al nuovo anno chiedo tantissima salute, che per quest’inverno abbiamo già dato…

Le immagini di questo post fanno parte della mia bachehca Pinterest Natale 2016: attingo a queste immagini per non pubblicare foto di termometri sopra i 38, cortisonici e antipiretici 🙂

Buon Natale -in ritardo-

e un 2017 ricco di pace e serenità

a voi che leggete!

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A tavola con la regina – tutti i segreti delle serate di gala a Buckingham Palace

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Come vengono allestiti i sontuosi ricevimenti di gala a Buckingham Palace? Che cos’è il Grand Service? Quale portata viene presentata nei piatti con il monogramma della Regina Vittoria? Chi commissionò, in origine, l’elegante servizio in porcellana di Tournai blu e oro con uccelli ed insetti?

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Se siete appassionati di tavole Reali, di tavole straordinarie, di the Queen, di cerimoniale o di diplomazia, non perdetevi la risposta a queste e molte altre curiosità sul sito Altezza Reale.

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Mettetevi in abito lungo, uniforme, black tie, e accomodatevi agli state banquet di Buckingham Palace.

L’articolo che trovate al link è nato da una mia collaborazione con Marina Minelli, storica e principale esperta italiana di royals. Ne sono molto orgogliosa :).

Un mese a Santa Lucia

13 novembre: manca un mese a Santa Lucia. Se per molti questa data significherà poco o niente, in casa Simplicitas non è affatto così.

Nella parte più occidentale dell’Emilia, dove sono nata, e in altre città d’Italia, a macchia di leopardo, è Santa Lucia a portare i regali ai bambini. Io, mio fratello e mia sorella, ormai quasi tutti oltre i 30 anni, non abbiamo mai smesso di rimanere legati a questa tradizione, e così nella mia famiglia di origine lo scambio dei regali natalizi non avviene nè il 25 dicembre né la sera della vigilia, ma proprio il 13, o il fine settimana più prossimo alla festa, nel caso in cui qualcuno sia momentaneamente fuori casa.

Durante il mio anno di Erasmus a Barcellona avevo fatto in modo di ritornare a casa, a sopresa, proprio in prossimità della data in cui si festeggia la santa siracusana, per poi scoprire che, durnte una precedente visita di mio fratello nella capitale catalana,  i miei regali erano stati affidati, in anticipo e a mia insaputa, ad uno dei miei coinquilini perché potessi festeggiare anch’io, a distanza… l’episodio fa capire, se non altro, quale organizzazione maniacale e piena di affetto ci sia dietro questa data.

In questi giorni dico sempre a mia figlia di fare la brava e pensare a cosa vuole scrivere nella sua letterina. Intanto penso alla mia, e rifletto su come la ricorrenza sia anche la festa delle luci.

Così, i miei primi pensieri per quello che sarà il Natale 2016 sono rivolti alle luci…

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Un’idea bellissima, per me, è quella di riempire una finestra con una “tenda di luci”, per rendere caldo l’ambiente in casa e lasciar godere delle luci anche chi passa fuori.

Queste stelline sono perfette, saranno svedesi? Mi informerò.

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Le ho trovate anche in questa immagine. Riempire contenitori di vetro con le lucine è sempre scenografico, ma con un po’ di muschio sotto l’effetto è ancora più bello.

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Due lucine più tradizionali in un cestino di pigne possono essere un tocco caldo e accogliente anche in città.

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Utilizzare un’alzatina per costruire una corona d’avvento destrutturata è l’ideale, per cambiare un po’. Oppure l’idea può essere quella di utilizzarla come porta candele al centro del tavolo. Se sopra al tavolo avete un lampadario, addobbatelo, perché no!

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Non so come immaginiate il Natale, la foto qui sopra si avvicina molto alla mai idea di perfezione…

Ottobre e un fotografo

Se penso ad ottobre, al centro del cespuglio di pensieri, impegni, sensazioni legati al primo vero mese di autunno, c’è questa foto.

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La zucca che insieme al gatto bianco è la nota cromatica saliente sui toni bruni di fondo è certamente la voce più ottobrina dell’immagine. Ma anche le foglie secche sul terreno brullo ci fanno capire che ormai i rami sono nudi, il freddo sta arrivando silenzioso e determinato.

Da noi in Emilia è tempo di prime nebbie, che scendono spessissime e raramente lasciano spazio al sole. Altrove è già tempo di Halloween, festa che non amo perché non trovo vicina al mio modo di sentire, ma certo dovessi mai fare una festa di Halloween chiederei al mio amico Daniele, il fotografo, di prestarmi la foto qui sopra.

Gli ho chiesto di prestamela per questo articolo, che nella fase gestazionale aveva un’altra anima, ma dopo la conversazione con Daniele riguardo alla foto, ne avrà una differente.

«Dani come va? Mi mandaresti, se puoi, quella foto fatta a Corchia (paese di poche anime in provincia di Parma) del gatto con la zucca? Vorrei pubblicarla sul blog, metti una firma….».
«Quello bianco intendi? quello è a Ozzano Taro (altro luogo ameno del parmense)».
Segue serie di chiacchiere tra amici e l’invio della foto.
«Mi sembra una vita fa quando andavamo a Corchia… in effetti forse lo è! Quanta acqua è passata sotto ai ponti. La Parma, il tevere, l’Avon!» (Daniele, bresciano di nascita, si è formato professionalmente a Parma, oggi vive tra Roma e Bristol).
Ma io gli chiedo della foto.
«Raccontami come hai fatto a far mettere in posa il gatto».
«Niente posa, passavo. Stava lì fermo, fuori così come lo vedi ma intorno immaginati una casa piena di zozzeria varia, e lui candido come il cotone. Una composizione stile natura morta, con gatto vivo. Non s’è più visto in giro. Dicono che alla terza copia venduta di questa foto  si sia montato la testa e sia partito per un catting in America. Sembra che viva in Florida ora».
Forse anche il gatto con quello sguardo da gatto che più gatto non si può si è stufato della nebbia.
«Nel tuo blog ci potrebbe stare anche il negozio di Cristina di Verona, 120 Mameli Strasse tutto attaccato».
«Guarderò grazie».
Ho guardato e mi si è spalancata la stanza dei sogni.
Non provo neanche a raccontarvelo, dico solo che hanno il mio marchio preferito di tessili per la casa, Le Jacquard Français, poi sbirciate voi e ditemi se vi piace.
E questo è il sito di Daniele Romano.

Vetrinetta svelata

Un po’ di tempo fa, avrei detto due-tre settimane e invece era addirittura agosto, appena tornata dal mare, ho pulito e rimesso in ordine la mia vetrinetta.

Ho cercato di dare un ordine piacevole alle chincaglierie esposte, sperando di non creare un effetto gozzaniano di buone cose di pessimo gusto.

Partiamo dall’alto.

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Il filo conduttore del primo ripiano è, o perlomeno vorrebbe essere, il blu. Oltre a qualche piccolo calice da liquore, trasparente, pochissimi elementi superstiti di due diversi servizi di famiglia, e a qualche altro elemento sparso, ci sono alcune tazze da tè. Le tre tazze  uguali sono state trovate in momenti diversi. Le prime due sono state il mio primo acquisto dalla celeberrnima Chiara di Modena, mentre la terza è stato un fortunato incontro in un negozio di Parma. Le vedete meglio qui.

Le altre due tazze sono un regalo di compleanno (a sinistra) e un auto regalo estivo (a destra), del quale sono felicissima. Chi segue l’Instagram di Simplicitas l’avrà vista spesso ultimamente, è la mia tazza preferita, la desideravo da tempo e complici dei saldi fuori stagione avrà presto delle sorelle gemelle.

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Nel secondo ripiano ho riunito alcuni pezzi incentrati sul rosso lacca della zuccheriera al centro. La zuccheriera e le due tazze decorate con i pappagalli sono state il regalo di laurea che mi ha fatto mio marito, sono del marchio taiwanese Franz, e qui  racconto qualcosa su di loro. Mi accorgo scrivendo che il tema del ripiano potrebbe anche essere l’oriente… qui trovate qualcosa sui tre pezzi giapponesi in fondo a sinistra, e qui potete leggere come la tazza con le peonie, in foto venuta un po’ scura, sia arrivata a me.

Sul terzo ripiano dall’alto è finito un bel mix.

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Ci sono le piccole tazzine e la lattiera del servizio da tè in miniatura che avevo da piccola (confesso, certe fisse le ho sempre avute), delle tazzine da caffè bavaresi, con scena di caccia e fondo oro, e alcuni dei miei piattini spaiati che uso per antipasto, dolce, toast veloce, frutta e spuntini vari. In alto sulla pila di sinistra il piattino dickensiano che ha riscosso molto successo quando ve ne ho parlato nell’ultimo articolo. Questo è l’unico piattino che non ho msi usato: mi piace troppo, è troppo delicato e raro.

Infine, l’ultimo ripiano, quello più in basso.

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Qui tengo alcuni piatti da portata rotondi, due vasi da fiori, la ciotolina d’argento che un tempo era in bella vista sul tavoline del divano e che ad oggi rimane fuori dalla portata di nostra figlia (il tavolino è di cristallo… non vorrei che lo sfondasse a colpi di ciotolina).

La qualità delle foto è sempre pessima, abbiate pazienza. Che ve ne pare?

Millefoglie di piatti con zucca

Negli ultimi fine settimana il mio passatempo sta diventando questo: creare sovrapposizioni di piatti secondo un colore, un tema, “e vedere di nascosto l’effetto che fa”, come recitava una vecchia canzone di fama proverbiale uscita dal cilindro di Enzo Jannacci.

Chi passa sul mio Instagram ha già visto tutto, e perdonate la scarsa qualità delle immagini scattate con il telefonino.

La prima stratificazione l’ho provata lo scorso sabato, l’intenzione era dare risalto a un piattino spaiato molto particolare, acquistato a qualche passata edizione del Mercante in Fiera.

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Il piattino in questione fa parte di una serie prodotta dalla Royal Doulton e dedicata ai personaggi dei libri di Charles Dickens; la serie fu chiamata Dickens Ware e può fregiarsi di pezzi molto più belli del mio, che però mi colpì, in una fila di piatti spaiati, con una piccola sbeccatura riparata, il piattino sembrava proprio uno degli sfortunati personaggi dickensiani, ed è tornato a casa con me.

Il personaggio ritratto è Tony Weller del Circolo Pickwick. Il verde del cappotto del personaggio e il filo verde del piattino sono stati la guida per scegliere i piatti sottostanti, molto diversi, anch’essi appartenenti alla mia nutrita accozzaglia di piatti spaiati.

Ieri invece ho voluto esagerare. Punto di partenza, una piccola zucca decorativa gialla. Ispirazione guida: trovare una stratificazione di piatti da usare per apparecchiare la tavola del compleanno di mio marito, che festeggeremo a fine mese.

Volevo abbinare la zucca a colori autunnali: rosso, verde, bruno. Ma poi: la forma della zucca che ben si prestava ad essere accolta in un contenitore che la abbracciasse,invece di farla rotolare; la mia innata predilezione per il blu; il fatto di avere delle meravigliose tazze da consommé uttavia poco sfuttate mi hanno dato il la per un risultato cromatico diverso.

Et voilà, la mia millefoglie di piatti con zucca.

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Da sotto la zucca troviamo: tazza da consommé di Wedgwood, serie Royal Homes of Britain, sotto un piatto fondo rosso di Johnson Brothers, serie Old Britain Castle, sotto ancora un’altro dei miei trovatelli spaiati, un piatto con bordo  decorato con cicogne blu in volo.

L’effetto era già ridondante, ma un placée di questo tipo vuole un sottopiatto – e qui ero già fuori tema “tavola per il compleanno del marito”, perché non possiedo sottopiatti.

Ho utilizzato un piatto grande, che uso per servire le pietanze a tavola, comprato in Portogallo, che magari ne avessi di più, ma trasportarli in aereo non era possibile e non riesco a trovare su internet tracce della casa produttrice per ordinarne altri.

La mia millefoglie mi piaceva molto, e ho deciso di abbinare le posate, anch’esse rigorosamente spaiate, un piattino per il pane (questo è gallese, e, ahimè, da solo) e tutto il resto.

Per il bicchiere dell’acqua ho scelto un bicchiere basso, bianco, effetto vetro soffiato. Ho messo un calice da vino e un calice piccolo da liquore che è così démodé da piacermi un sacco. Ho aggiunto una bottiglia in cristallo lavorato comprata ad un prezzo irrisorio da un rigattiere (nella foto si vede solo il fondo, ma ve la farò vedere meglio in altre occasioni) e una caraffa piccola decorata con foglie accartocciate, autunnali, che era di mia nonna.

L’ultimo tocco è stato il tovagliolo di lino rosso, per fare compagnia al piatto dello stesso colore.

Questa prova era così di prova che non mi sono nemmeno appoggiata sul tavolo ma su un mobile della sala, anche perché non mi dispiaceva l’effetto legno sotto alle stoviglie.

Non potrò apparecchiare così per il compleanno di Giacomo perché ci sono troppi pezzi unici, ma ci lavorerò…

Che ve ne pare?

Tavole al mare

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L’estata è scappata via velocissima, come sempre e più che mai, tra l’incanto dei giorni transcorsi con mia figlia e qualche nota tremendamente nera.

Le cene sul terrazzino della casa al mare in agosto sono state una rarità: quando mio marito era in ferie spesso mangiavamo insieme ai miei suoceri,  sul terrazzo grande, e altrettanto frequentemente siamo usciti a cena con gli amici, complice l’età della nostra piccola che quest’anno ci ha permesso di fare cose (e orari) prima impensabili.

Per la sera di inizio ferie del coniuge però, io e Giulia abbiamo organizzato un piccolo party per festeggiare l’agognato arrivo del papà. Non potevano mancare le cozze, che lui adora, e che gli abbiamo offerto come aperitivo mentre il resto della cena finiva di cucinarsi.

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Quale uso migliore per questo pesce  di ceramica blu dalla forma allungata, ricevuto per il mio compleanno e portato al mare insieme ad altre stoviglie marine, perché ormai si è sparsa la voce che mi piacciano queste cose – per la disperazione di mio marito che crede da anni di aver finito lo spazio per riporle.

Il resto della tavola poi è stato apparecchiato con facilità e con i miei amati piatti a forma di pesce di cui ho già parlato qui. Mi piacciono sempre tantissimo e mi spiace poterli usare solo al mare, ma trasportare anche i piatti dalla città al mare e viceversa sarebbe davvero impensabile.

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Quella qui sopra è la tavola di tutti i giorni, con piccole variazioni sul tema.

Forse l’ultima delle tavole dell’estate 2016, certamente l’ultima che ho fotografato,  è stata quella qui sotto: ospiti d’onore noi tre.

Nella prima foto di questo articolo, stessa tavola altra inquadratura, si intravedono in basso a destra anche i festoni di picole lampade bianche e blu che ho trovato in saldo a giugno e purtroppo non ho mai fotografato da accese, al buio: non migliorano di molto la scarsa illuminazione del terrazzo, ma aumentano certamente il fascino delle serate sul terrazzino.

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Ma tornando alla mise en place, ho utilizzato una tovaglia bianca certamente non stirata, arricchendola al centro con  uno strofinaccio da cucina, new entry dell’estate, con il quale è stato amore al primo sguardo.

I piatti verdi sono quelli del mio servizio della casa al mare, i piatti blu, piccoli e grande, altro graditissimo regalo di compleanno.

Non potendo trasferire a casa in città le stoviglie marine, mi sono accontentata di questo strofinaccio. L’inverno è lungo da far passare, e il prossimo anno per questioni di lavoro la mia permanenza a Porto San Giorgio si accorcerà di un mese (non mi lamento, per carità!). Vediamo se questi pesci blu mi aiuteranno a sopportare la nostalgia delle mie tavole al mare.

Qualche brandello di muro

Cento anni fa, e proprio in questi giorni, l’Italia viveva un’altra tragedia, all’interno della carneficina feroce che si consumava in Europa.

Nelle trincee del Carso moltissimi giovani pagavano con la propria vita il prezzo della  Grande guerra. Fra i tanti soldati, uno era veramente e per molti aspetti speciale. Era nato in Egitto, ma era italiano. Era stato a Parigi dove aveva frequentato da amico i Cubisti, Apollinaire, le lezioni di Bergson alla Sorbona, e altri italiani che animavano l’aria frizzante della capitale francese di inizio secolo: Papini, Soffici, Palazzeschi; Modigliani, De Chirico.

Dobbiamo immaginarlo dopo Parigi: nelle trincee, arruolato come volontario, mentre nei turni di riposo al riparo dagli spari scriveva versi perché scrivere era il suo mestiere, e certamente il suo modo per non impazzire. Versi che sono pensieri, che hanno in mezzo la sospensione del dolore, la pausa di un sospiro, di una vita sospesa e sincopata.

Nel loro centenario questi versi si arricchiscono di significato una volta di più.

Girano sui social e io mi ci sono aggrappata. Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso (pubblicata con gli altri componimenti di guerra in Allegria).

San Martino del Carso

Valloncello dell’albero isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese più straziato

Boston clam chowder. Non di soli spaghetti vive (…) una vongola.

Ritornando con la mente al mio viaggio americano del quale ho parlato nell’ultimo post, e approfittando dell’abbondanza di vongole qui nei paraggi, mi è venuta voglia di provare a cucinare uno dei piatti che mi erano piaciuti di più tra quelli assaggiati negli States: la clam chowder, o zuppa di vongole.

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Due parole sulla nascita di questa zuppa: sembra che l’origine sia da ricercare nelle coste nord occidentali della Francia, tra Bretagna e Normandia (dove per altro ancora oggi le cozze, per esempio, vengono cucinate con il latte). Dà lì la zuppa di vongole avrebbe attraversato il canale della Manica e avrebbe addirittura accompagnato i coloni inglesi oltreoceano. Non è difficile credere che qualcosa di simile dovesse essere veramente preparato sulle navi dei Padri Pellegrini: patate; carne di maiale stagionata, salata e pepata per essere conservata;  pesce; erano ingredienti che non potevano mancare in cambusa.

Così la zuppa di vongole si diffuse nel New England, tanto da essere chiamata ancora oggi New England o Boston (la prima città fondata dai Padri Pellegrini) clam chowder.

Io l’ho mangiata la prima volta a Orange County, in un ristorantino sulla spiaggia a Laguna Beach e poi ancora al Pier 39 di San Francisco, dove viene servita in una pagnotta scavata che fa insieme da piatto e da pane.

L’ho preparata per accogliere mia sorella che è venuta a trovarmi qualche giorno al mare.

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In internet trovate ricette dovunque, io l’ho preparata così, e in due versioni perché mia sorella non può mangiare latte né derivati e non gradisce la cipolla.

Prima versione: Lavare e far spurgare le vongole in acqua salata. Cuocerle coperte, a fuoco vivace, finché non si aprono, in un filo di olio. Bagnare con mezzo bicchiere di vino bianco.

Tagliare delle patate a tocchetti, metterle in padella con un fondo di olio, speck o pancetta  (bacon!) a pezzettini, cipolla di tropea e sedano, e far cuocere lentamente, aggiungendo acqua o brodo vegetale leggero quando si asciugano. Ho cotto gli ingredienti tutti insieme.

Nel frattempo, quando le vongole si saranno aperte, vanno sgusciate tutte (ne ho ttenute alcune non sgusciate per decorare), il liquido rilasciato dai molluschi va filtrato e tenuto da parte.

Quando le patate sono morbide, si aggiunge un po’ di latte o panna liquida (io ho aggiunto il latte), e si frulla tutto. Il mix, che dovrebbe risultare molto denso, va allungato con il liquido delle vongole e all’occorenza con altro brodo vegetale. La zuppa in ogni caso non deve essere liquida ma avere una consistenza cremosa. Aggiungere le vongole e servire.

Seconda versione: identica, ma senza latte né cipolla. La versione con il latte risulta più delicata. Non ho aggiunto sale perché entrambe le versioni non ne avevano bisogno (tra liquido delle vongole e speck il sodio non mancava).

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Ecco il nostro tavolo sul terrazzino, al tramonto. Nei paitti fatti a stella marina ho servito dei crostini di pane da servire con la clam chowder.

A noi è piaciuta, ammesso che le vongole mi piacciono sempre e tantissimo. Voi l’avete mai assaggiata?