Boston clam chowder. Non di soli spaghetti vive (…) una vongola.

Ritornando con la mente al mio viaggio americano del quale ho parlato nell’ultimo post, e approfittando dell’abbondanza di vongole qui nei paraggi, mi è venuta voglia di provare a cucinare uno dei piatti che mi erano piaciuti di più tra quelli assaggiati negli States: la clam chowder, o zuppa di vongole.

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Due parole sulla nascita di questa zuppa: sembra che l’origine sia da ricercare nelle coste nord occidentali della Francia, tra Bretagna e Normandia (dove per altro ancora oggi le cozze, per esempio, vengono cucinate con il latte). Dà lì la zuppa di vongole avrebbe attraversato il canale della Manica e avrebbe addirittura accompagnato i coloni inglesi oltreoceano. Non è difficile credere che qualcosa di simile dovesse essere veramente preparato sulle navi dei Padri Pellegrini: patate; carne di maiale stagionata, salata e pepata per essere conservata;  pesce; erano ingredienti che non potevano mancare in cambusa.

Così la zuppa di vongole si diffuse nel New England, tanto da essere chiamata ancora oggi New England o Boston (la prima città fondata dai Padri Pellegrini) clam chowder.

Io l’ho mangiata la prima volta a Orange County, in un ristorantino sulla spiaggia a Laguna Beach e poi ancora al Pier 39 di San Francisco, dove viene servita in una pagnotta scavata che fa insieme da piatto e da pane.

L’ho preparata per accogliere mia sorella che è venuta a trovarmi qualche giorno al mare.

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In internet trovate ricette dovunque, io l’ho preparata così, e in due versioni perché mia sorella non può mangiare latte né derivati e non gradisce la cipolla.

Prima versione: Lavare e far spurgare le vongole in acqua salata. Cuocerle coperte, a fuoco vivace, finché non si aprono, in un filo di olio. Bagnare con mezzo bicchiere di vino bianco.

Tagliare delle patate a tocchetti, metterle in padella con un fondo di olio, speck o pancetta  (bacon!) a pezzettini, cipolla di tropea e sedano, e far cuocere lentamente, aggiungendo acqua o brodo vegetale leggero quando si asciugano. Ho cotto gli ingredienti tutti insieme.

Nel frattempo, quando le vongole si saranno aperte, vanno sgusciate tutte (ne ho ttenute alcune non sgusciate per decorare), il liquido rilasciato dai molluschi va filtrato e tenuto da parte.

Quando le patate sono morbide, si aggiunge un po’ di latte o panna liquida (io ho aggiunto il latte), e si frulla tutto. Il mix, che dovrebbe risultare molto denso, va allungato con il liquido delle vongole e all’occorenza con altro brodo vegetale. La zuppa in ogni caso non deve essere liquida ma avere una consistenza cremosa. Aggiungere le vongole e servire.

Seconda versione: identica, ma senza latte né cipolla. La versione con il latte risulta più delicata. Non ho aggiunto sale perché entrambe le versioni non ne avevano bisogno (tra liquido delle vongole e speck il sodio non mancava).

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Ecco il nostro tavolo sul terrazzino, al tramonto. Nei paitti fatti a stella marina ho servito dei crostini di pane da servire con la clam chowder.

A noi è piaciuta, ammesso che le vongole mi piacciono sempre e tantissimo. Voi l’avete mai assaggiata?

4 luglio e ricordi di un’estate americana

Al mattino qui al mare, quando non c’è mio marito a rivoluzionare piacevolmente le nostre giornate, io e Giulia siamo molto mattiniere: è lei a svegliarmi intorno alle sette, e dopo una colazione sul terrazzino ci infiliamo i costumi e via in spiaggia. Al mattino presto ci sono, proprio di fronte a casa nostra, i pescatori che puliscono le reti appena ritirate dal mare.

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Per noi è una grande gioia intanto perché possiamo rifornirci di pesce freschissimo e di stagione semplicemente attraversando la strada, scoprendo anche la naturale stagionalità dei pesci, aspetto per me sconosciuto finché non ho iniziato a passare qui le estati in pianta stabile. Così ho imparato che a giugno abbondano le seppie, in luglio si pescano molte sogliole a meno che di notte non passino i delfini che ne vanno ghiotti, per tutta l’estate si trovano le cicale di mare (qui le chiamano panocchie, canocchie altrove) perfette da buttare in padella con il pomodoro fresco per un sugo rapidissimo e delizioso, a fine agosto sarà la volta del rombo, che io metto in forno con patate, olio e rosmarino (l’ho fatto servire così anche al nostro matrimonio).

La seconda ragione per cui il disbrigo delle reti è interessante (più per Giulia che per me) è questa: i pesci troppo piccoli per essere venduti vengono gettati in pasto ad una colonia di gabbiani che conosce bene gli orari dei pescatori e ogni mattina aspetta inquieta. I pescatori lasciano prendere i pesciolini ai bambini perché li diano loro ai gabbiani, cosa che rende tutti molto felici.

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Su Instagram stamattina ho pubblicato proprio due foto relative a questo momento della nostra giornata. Mentre vedevo tirar fuori dalle reti un grosso granchio, pensando ai polposi crostacei che si mangiano su una sponda e sull’altra dell’Atlantico, mi è venuto in mente che oggi gli Stati Uniti celebrano la loro festa nazionale.

L’estate di undici anni fa , con una borsa di studio dell’Università di Parma partivo per un’esperienza negli States che rimarrà per sempre tra i miei ricordi di viaggio più belli.

Sono partita insieme ad altri tre studenti di altre facoltà della mia università, vincitori come me della borsa di studio: un economo, un giovanissimo studente di ingegneria pugliese, generosissimo cuoco che a suon di home baked pizza ci ha permesso di non sentire troppo la nostalgia dei sapori di casa e una biologa mia omonima. Avevamo deciso di allungare l’esperienza americana partendo prima e tornando dopo l’inizio e la fine del corso che avremmo dovuto frequentare.

Dopo adeguati preparativi, il viaggio era stato sapientemente arricchito secondo questo programma: arrivo a New York ed esplorazione della città. Volo interno per Chicago dove saremmo andati a trovare la mia amica Francesca, italiana che lavorava negli States. Volo interno per Las Vegas, noleggio macchina per un breve (distanze americane) viaggio che ci avrebbe portato alla scoperta del Grand Canyon National Park e che aveva la nostra meta ufficiale, Los Angeles, come arrivo. Volo di rientro prenotato da San Francisco dove, ospiti di un’altra mia amica, americana in questo caso, la deliziosa Katie, avremmo respirato gli ultimo giorni di vita americana prima del rientro in Italia. Partenza a fine giugno, ritorno a fine agosto.

Eravamo a Chicago i primi giorni di luglio. La città è meravigliosa e se avete in programma un viaggio negli USA includetela senza ripensamenti tra le vostre mete. Con la insostituibile guida di Francesca e delle sue amiche l’abbiamo indagata senza sosta, dalle spiagge cittadine del lago Michigan all’altissimo belvedere della Sears (oggi Willis) Tower, dall’enorme e meraviglioso acquario all’Art Institute con la sua preziosa collezione.

Il 4 luglio eravamo lì. Abbiamo passato il pomeriggio in spiaggia, tra sole e musica, per poi trasferirci al vicino Millenium Park per assistere ad un concerto di Moby.

Calata la sera, al Navy Pier si poteva assistere allo spettacolo straordinario dei fuochi d’artificio che raddoppiano nel lago, mentre una banda della Marina militare eseguiva l’inno americano ed altre musiche patriotiche.

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La città era in festa, la Nazione (cioè l’insieme dei singoli Stati) era in festa; nei giardini si grigliava; negli abiti, sulle case, ovunque trionfavano i colori della bandiera amercana, e si respirava un’atmosfera di gioia condivisa e unificatrice di un Paese che certo ha infinite fratture e problemi sociali cronici, ma che per un giorno, anche soltanto uno, sa essere  veramente unito.

Ho sentito fortissimamente la mancanza di una giornata così sentita in Italia, dove le feste nazionali sono sempre e solo di una parte, non c’è ricorrenza che tenga, e il massimo dell’unisono di intenti si raggiunge per le partite di calcio della Nazionale (forse è anche l’unica occasione alla quale gli italiani collegano l’inno di Mameli, e questo la dice lunga su molte cose).

Buon 4 luglio a chi festeggia oggi. Io ricorderò sempre con piacere quell’estate americana,  il calore e i colori di quella festa nazionale.

Rimedio alla mancanza di foto mie, che non ho qui, con un’immagine dei fuochi del 4 luglio a Chicago, tratta da Pinterest.

Un matrimonio andaluso da cui prendere ispirazione

Sarebbe noioso l’elenco delle ragioni, per altro facilmente intuibili, che hanno causato la mia assenza dal blog. Forse nelle prossime settimane avrò un po’ di tempo, e intanto, in ogni caso, ecco un nuovo post.

Ho salvato tempo fa le foto di questo matrimonio: mi aveva colpito innanzitutto una foto trovata su Instagram dell’abito della sposa, inquadrato dall’alto e da dietro, sontuoso come pochi, con una caduta degna di un’incoronazione. Poi come dicevo il tempo passa, magari avrete già visto queste immagini ma ci tengo a pubblicarle comunque perché uno dei fili conduttori di queste nozze è l’ulivo, elemento che nei matrimoni trovo sempre elegante e piacevolmente mediterraneo (ne avevo già parlato qui).

Due antefatti per capire meglio: gli sposi sono Charlotte Wellesley, figlia del Duca di Wellington, e Alejandro Santo Domingo, magnate cubano erede di un impero economico non indifferente. I due rampolli hanno unito i loro destini circa un mese fa, a Illora, in Andalusia, tra Granada e Cordova, in una Spagna che più Spagna non si può e dove il padre della sposa può vantare un altro titolo di Duca e una proprietà nella quale si è svolto il party nuziale.

Blasonata lei, straricco lui, insomma non un matrimonio qualsiasi, e basta citare un paio di invitati per rendersene conto: il Re emerito di Spagna Juan Carlos e la Duchessa di Cornovaglia Camilla (vestita con un abito dall’aria flamenca molto adatto al sud della Spagna, ma bianco, il che mi stupisce parecchio).

Ma gli spunti da copiare con un budget certamente inferiore sono più di uno.

Partiamo subito dalla foto mozzafiato dell’abito di Charlotte, quella dalla quale hanno preso il via le mie ricerche iconografiche sul matrimonio e alla quale dobbiamo quindi questo articolo.

wellington abito dietro e testimone

La grandiosità dell’abito, che mi ha incantata, risiede proprio nel suo strascico ricco e pesante, con un che di medievale, mentre è estremamente semplice visto frontalmente, se non fosse sempre per la caduta impeccabile della gonna.

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Un aspetto sul quale riflettere nella scelta dell’abito da sposa è sicuramente questo: gli invitati, per tutto il tempo della cerimonia, vi osserveranno da dietro. Via libera quindi ad abiti con strascichi importanti per chi sceglie una cerimonia religiosa tradizionale, non solo perché le navate delle nostre chiese sono spazi adatti a srotolare lunghezze inedite, ma perché in molti casi le persone si ricorderanno soprattutto della parte posteriore del vostro abito.

Avete paura che lo strascico si riveli ingombrante per il resto della giornata? Concordate con l’atelier la possibilità di staccarlo dall’abito. Non è detto che poi non decidiate di tenere l’abito nella versione “importante” per tutta la durata dei festeggiamenti, del resto non capita tutti i giorni di poter indossare meraviglie di questo tipo (avete mai visto un pavone candido? immaginatelo senza coda… il risultato cambia parecchio).

Ma torniamo al nostro matrimonio andaluso. Prima di passare ai dettagli decorativi, c’è un altro aspetto da copiare nell’abito di Charlotte Wellesley, realizzato dalla couturier londinese Emilia Wickstead: il velo, particolarissimo, è in tulle ricamato con pois che da molto radi all’attaccatura sul capo della sposa, si fanno sempre più fitti scendendo verso il basso.

L’effetto si vede già nella prima foto, e forse ancora meglio in questa

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o anche in questa con il velo fatto volare dal vento prima dell’ingresso in chiesa.

wellington

Torniamo al discorso dei rami d’ulivo, presenti con le loro foglie lanceolate nel bouquet della sposa

wellington bouquet

come nella grafica del matrimonio

wellington partecipazioni

(vediamo rispettivamente gli inviti e i libretti per la cerimonia)

wellington libretto chiesa

Il verde oliva è anche il colore scelto dalla sposa per finire gli abiti di  paggetti e damigelle, d’ulivo incoronate. Da notare le scarpe espadrillas, autentica concessione alla comodità dei bambini e allo spitito spagnolo della festa.

wellington paggetti

Il verde oliva torna anche in altre scarpe, quella della sposa, a sorpresa, e nell’abito della damigella d’onore o testimone della sposa, quella che in Spagna chiamano “madrina”. Nell’ingrandimento qui sotto trovate entrambi.

wellington scarpe e abito testimone

L’abito della madrina si vede meglio nella primissima immagine: dalla linea pulita ed elegante, nei colori caldi che richiamano la pietra della cattadrale di Illora e il paesaggio circostante, è lavorato a broccato con richiami verde oliva, fil rouge cromatico degli abiti.

Peccato non trovare un po’ di verde sullo sposo, ma già è miliardario e mi sembra sufficiente.

Di verde invece, anche se di un’altra nuance che direi sullo smeraldo, era vestita la sposa al la festa pre-wedding, la sera prima del gran giorno. La festa si è svolta nei giardini dell’Alhambra di Granada, un luogo talmente magico che per me è stato il colpo di grazia: questo matrimonio s’aveva da bloggare.

wellington pre wedding party

L’immagine, tratta di Instagram, non è nitidissima ma rende bene l’idea dell’omaggio fatto dalla giovane all’Andalusia: l’abito ricorda molto quello delle ballerine di flamenco, per lunghezze, balze, movimento, così come l’acconciatura con i capelli raccolti in uno chignon basso e gli orecchini.

Se il matrimonio vi intriga, trovate molte immagini su Instagram scattate da fornitori e invitati con l’hashtag #charlejandro, nato dall’unione dei nomi degli sposi, che chissà perché prevedevano ovunque prima il nome della sposa.

Io continuerò a sognare del profumo di una notte di fine maggio, di musica e danze e una festa indimenticabile all’Alhambra… Questo dettaglio potranno permetterselo in pochi, ma i sogni per fortuna sono di tutti.

(fonte immagini: web)

Due piatti da Delft

Appena prima di Pasqua sono incappata in alcune caramiche olandesi di Delft, oggetti che desideravo da tempo, ho acquistato due piatti e quasi subito ho iniziato a imbastire l’articolo. Dovevo rileggerlo e concluderlo ma eccolo qui esattamente com’era più di un mese fa. 

Mi dispiace trascurare il blog ma ultimamente va così; ho pochissimo tempo per tutto e ovviamente rispetto ad altre attività prioritarie (famiglia, lavoro, varie ed eventuali)i miei post passano in secondo piano.

Da tempo cercavo qualche pezzo decorato nella cittadina olandese famosa proprio per le sue ceramiche bianche e blu, che furono prodotte in Olanda a partire dal XVI secolo ad imitazione delle porcellane importate dalla Cina, ma ad un prezzo più conveniente, ed ebbero un grandissimo successo.

A dire la verità avevo programmato per l’estate del primo anno di mai figlia (cioè ormai due anni fa) un viaggio in Olanda che aveva lo scopo non dichiarato ma preciso ma fare incetta di bulbi che immaginavo dare vita a tulipani meravigliosi e di ceramiche di Delft. Poi le cose sono state più complicate del previsto, o mio marito forse aveva intuito lo scopo occulto del nostro viaggio e non se l’è sentita, comunque ho passato l’estate al mare e non posso certo lamentarmi.

Quando appena prima di Pasqua ho visto dei bellissimi piatti con i mulini a vento da una delle mie spacciatrici di ceramiche (ha un banco al mercato in Piazza San Prospero a Reggio Emilia al giovedì, e so che è sempre presente anche ai mercatini dell’antiquariato di Modena), non ho saputo resistere.

Ecco il bottino. Il primo piatto ha come protagonista del paesaggio, sulla destra, un immancabile mulino a vento sovrastante alcune case dalla facciata con il classico profilo olandese, mentre a sinistra, su un corso d’acqua, passano due barche a vela. Sullo sfondo troviamo alberi e un altro mulino, mentre in primissimo piano due figure stanno parlando poco distanti dalle case.

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Di questo piatto mi ha affascinao molto anche la bordura, con fiori e motivi decorativi molto raffinati, di cui vi propongoun dettaglio floreale.

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Ecco un ingrandimento del mulino e del gruppo di case.Come si vede da questo particolare, anche se non prefettamente a fuoco, il disegno del piatto è molto dettagliato, preciso e ricco.

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Il marchio è stato utilizzato a partire dal 1834, fino a tempi più recenti, come ho scoperto su questo sito olandese con la datazioni delle ceramiche di Delft (sito in olandese… ma le immagini e i numeri si campiscono :)).

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Il secondo piatto è questo. Leggermente più grande del primo, rappresenta ancora uno dei soggetti più classici della maiolica di Delft: un paesaggio della campagna olandese, con gli immancabili elementi caratterizzanti: il mulino a vento, le imbarcazioni che scivolano pigramente sui canali, le case e la coppia di contadini.

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Ecco il marchio del piatto, prodotto dalla  Boch per la Royal Sphinx di Delft, dettaglio che lo colloca tra il 1841 e il 1979.

 

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il marchio nella mia foto è piuttosto sfocato e lo ripropongo in un’immagine tratta da internet.made for royal sphinx by boch belgium

Delft è anche la città in cui si svolge un bel romanzo storico, letto molti anni fa ma ancora vivo nella mia memoria per la capacità dell’autrice di ricreare l’interno di una casa borghese nell’Olanda del Seicento, La ragazza dall’orecchino di Perla di Tracy Chevalier.

Leggetelo se vi capita, ne vale la pena.

 

Una Pasqua bellissima da Poppy Décor

_MG_2768Come l’anno scorso approfitto delle bellissime immagini scattate da Elena Figoli in un posto meraviglioso, Poppy Décor a Carpaneto, in Provincia di Piacenza, per augurare una Buona Pasqua a tutti i lettori del blog.

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_MG_2789Ho visitato questo posto bellissimo domenica scorsa, e devo dire che dal vivo è ancora più fiabesco. Da Poppy Décor tutto è ordinato per colore: vasi, fiori, decorazioni, oggetti. Nell’angolo dei colori pastello si passa dal rosa tenue al verde chiarissimo, al panna appena sfumato di giallo, all’azzurro. Ci sono angoli con colori più decisi, il fucsia e il blu, e  non si riesce a smettere di stupirsi per tanta bellezza.

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Le composizioni pasquali hanno il gusto fresco e delicato che trionfa in tutto l’ambiente. Guardate che splendida Questa alzatina con rami di ulivo, uova di quaglia e fresie, rose e ranuncoli dai colori primaverili.

_MG_2920Queste galline rotonde invece sono campanelle da appendere.

_MG_2969E dei calici rovesciati diventano il sostegno perfetto per dei portacandela a forma di rosa, senza trascurare l’elemento pasquale inserito nella coppa… un’idea bellissima!

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Niente, io sono uscita dal negozio con un certo numero di cose bellissime.  E queste foto mi fanno venire voglia di tornare subito…

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_MG_2998Buona Pasqua a tutti e ancora complimenti allo staff di Poppy Décor per le loro proposte stupende e ad Elena per le sue foto che fanno sognare…

Trovate qui le foto dell’anno scorso.

Idee per Pasqua

Un’ispirazione pasquale che covavo dall’anno scorso, in piena overdosa da Pinterest, è il binomio decorativo muscari e uova di quaglia.

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Fonte Pinterest

Perfetti nei colori – e nel loro essere entrambi piccoli e bellissimi – precisi nell’essere simboli di rinascita, i fiori perché spuntano a primavera, l’uovo in quanto veicolo di vita, vanno per la maggiore tra le foto salvate nella mia bacheca dedicata a questo periodo dell’anno .

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Fonte Pinterest

Mi piaceva molto l’idea di inserirli in un piccolo “nido” di foglie verdi, un po’ come nella composizione qui sotto con i non ti scordar di me.

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L’anno scorso non ero riuscita a creare niente, per la solita serie di eventi sfortunati che ogni tanto si infilano uno dietro l’altro, e finché quello che salta è il centrotavola di Pasqua, me ne faccio una ragione e fine. Tantopiù che non avevo la preoccupazione di ospitare il pranzo a casa mia.

Quest’anno mi sono messa all’opera per tempo e oggi ho trovato una soluzione che mi piace. Ovviamente è un prototipo, che ho fotografato in vari modi ma sempre male. Diciamo che rende l’idea.

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Ho attorcigliato dei tralci di edera e altre foglie piccole raccolte nei vasi in cortile, per formare dei nidi. I tralci vanno attorcigliati strettissimi, e probabilmente andrebbero legati con un filo per essere sicuri che non si lascino andare all’improvviso.

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Avevo già individuato un piccolo contenitore di ceramica color avorio, di cui ho tre pezzi identici, per fare la prova.

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Ho inserito il muscari, che ho in un vasetto in casa, tagliando i fiori non ancora totalmente aperti.

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Il contenitore è piccolo, per cui non importa se lo stelo non è lungo. Ho aggiunto le uova, meglio se già sode per non aggiungere al menù una frittata non prevista.

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Anche ques’anno non sarò io a ospitare il pranzo di Pasqua, quindi queste prove tecniche sono un po’ fini a se stesse, ma sono ugualmente soddisfatta del risultato.

Voi che ne dite? Avete già programmato qualcosa per questa Pasqua marzolina?

Le porcellane giapponesi per il tè di Angela

 

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Angela, una lettrice del blog mi ha mandato circa un mese fa le foto di questo servizio ereditato dalla nonna, molto simile al mio di cui vi avevo parlato in un articolo dell’anno scorso, e nell’articolo successivo dedicato alla tradizione giapponese del tè, scritto dalla mia amica Michela, che ha vissuto in Giappone e che faceva notare come probabilmente questi servizi, per i pezzi che li compongono (lattiera e zuccheriera in particolare) siano stati pensati per l’occidente.

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Angela mi chiede  se ho ulteriori informazioni da darle in merito, ma purtroppo no, e chiedo ancora a voi, se qualcuno avesse notizie più complete e avesse voglia di condividerle qui, noi saremmo felicissime di leggerle.

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Intanto ringrazio Angela per le foto di questo servizio, di per sè molto bello, molto più completo del mio, e proverò a reperire altre informazioni su questi servizi evidentemente abbastanza diffusi nelle credenze delle nostre nonne.

Nuovi arrivati in casa Simplicitas

Un paio di settimane fa sono riuscita a partecipare ai saldi di Chiara di Enjoy Coffee and more – e il fatto di essere stata super impegnata fino all’ultimo secondo me lo ha fatto assaporare ancor di più.

Lo show room di Chiara, però, era affollatissimo e nella ressa non mi sento molto incline agli acquisti, quindi avevo messo nel mio cestino solo alcune posate e tre piattini bianchi e blu.

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Uno di questi (gli atri due sono diversi) è stato postato ieri sera sulla pagina Facebook di Simplicitas: l’ho inaugurato con dell’hummus di ceci fatto alla mia maniera, in fondo alla pagina trovate la ricetta. Si tratta di un classicissimo Spode Italian, che è davvero una decorazione bellissima.

Ma, dicevo, il grande afflusso di appassionate di pottery inglese mi stava un po’ scoraggiando quando ho visto, tra le tazzine spaiate, due tazze e due piattini diversi fra loro ma accomunati dalla decorazione con frutta e dalla finitura in verde.

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Per il momento sono diventate le tazze da colazione perfette per me e mio marito, e anche queste sono state postate stamattina sul profilo Instagram di questo blog. Le tazze hanno una forma particolare che mi ha colpito subito, nella foto non è ben visibile ma pur avendo un bordo circolare hanno la coppa sfaccettata. Anche i colori sono molto vivaci dal vivo: per quanto sicuramente recenti queste tazze e piattini mi hanno davvero colpita.

Sui piattini è riportato questo marchio

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mentre le tazze sono marchiate semplicemente “Made in England”.

Mentre ero in fila alla cassa non pienamente soddisfatta dei pochi acquisti fatti, ho notato una ragazza con i capelli rossi che stava passando in rassegna dei piatti in una selezione super scontata: ogni pezzo a un euro. La ragazza aveva in mano dei piatti con le peonie, Anche questi di recente fattura ma con colori brillanti, e proprio con il mio fiore preferito. Lei ne aveva in mano due, nella sezione dei pezzi ad un solo euro ne aveva lasciati altri quattro, che ho preso. Ho soppesato per qualche istante l’acquisto di due piatti decorati in oro, ma poi li ho lasciati. Alla ragazza quei piatti in bianco e oro sono piaciuti più delle peonie, e mi ha lasciato gli altri due piatti per fare il servizio da sei.

Tra l’altro la ragazza, veramente giovane, era accompagnata da sua sorella, e dopo aver scelto qualche oggetto per loro, ha pensato di prendere qualcosa per la mamma rimasta a casa, un gesto che mi ha quasi commossa.

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Ecco qui uno dei piatti. Solo una volta arrivata a casa mi sono accorta che uno di questi aveva una decorazione leggermente diversa: riporta infatti solo una parte del disegno degli altri cinque.

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In ogni caso i piatti mi piacciono molto, sono perfetti per un piatto unico, o possono essere abbinati ad altri piatti semplicemente bianchi.

Vi lascio con la ricetta dell’hummus di ceci come lo faccio io. La mia versione, ormai consolidata dopo aver sperimentato parecchie varianti, è ben lontana dall’originale con la quale forse  ormai ha in comune solo il fatto di essere una crema di ceci.

Hummus di ceci alla mia maniera

Ingredienti: ceci secchi (quantità secondo necessità), olive taggiasche denocciolate (un cucchiaio per 250 g. di ceci cotti), capperi dissalati  o sotto aceto (un cucchiaino per 250 g. di ceci cotti), un limone (un cucchiaio di succo per 250 g. di ceci cotti), un cipollotto, olio extra vergine d’oliva, sale, pepe.

Mettere a bagno i ceci il giorno prima. Far appassire il cipollotto in una padella con poco olio, poi aggiungere i ceci, acqua, e far cuocere per 40 minuti. Eliminare il liquido di cottura e mettere i ceci con il cipollotto nel mixer, insieme al succo di limone, alle olive taggiasche e ai capperi, sale e pepe. Frullare aggiungendo l’olio fino a che l’hummus raggiunga una consistenza cremosa ma compatta. Servire con crostini di pane su cui spalmare la crema.

Ovviamente è possibile utilizzare ceci già lessati.

Aspetto i vostri commenti!

Sposi con la corona: Francesca e Dragi

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Come promesso da tempo, e ormai alle soglie di San Valentino, torniamo finalmente a parlare di matrimoni con una storia davvero speciale, quella di Francesca e di Dragi.

Anche questa volta devo ringraziare la mia amica fotografa Elena Figoli, che mi ha offerto le foto e mi ha messa in contatto con la sposa perché mi raccontasse tutto il dietro le quinte del suo emozionante matrimonio.

Vi lascio alle parole di Francesca, che si definisce una sposa atipica, poco romantica, ma che con il racconto del suo giorno unico ci lascia respirare molate emozioni: «Io e Dragi ci siamo sposati il 29 agosto 2015 nel duomo di Bobbio. Ci conosciamo fin da bambini, da quando lui è arrivato con la sua famiglia dalla Macedonia, a dieci anni; oggi siamo insieme da undici anni e mezzo e quando ci siamo sposati convivevamo da un anno».
«Abbiamo deciso di sposarci lo scorso febbraio e tutti ci hanno dato dei pazzi, il tempo per i preparativi era troppo poco. Ma noi siamo così, quando decidiamo una cosa vogliamo farla “prima di subito” e così è stato».
Francesca racconta la scelta della chiesa e del ristorante per il ricevimento, come sempre le prime due cose da fissare (le località nominate sono in provincia di Piacenza): «La scelta della chiesa è stata la più semplice, volevamo sposarci a Bobbio e il Duomo è stupendo, quindi… ma anche la data non è stata difficile da stabilire, perchè a entrambi piaceva l’idea di sposarci in estate. Per la scelta della location sapevamo di non volerci allontanare troppo dal luogo della celebrazione, quindi abbiamo deciso di fare il ricevimento al “Divina” a Marsaglia; il posto è bellissimo, elegante ma giovane e non troppo formale, proprio come siamo noi. E poi io sono cresciuta a Marsaglia, quindi mi piaceva l’idea della festa nel luogo in cui ho trascorso la mia infanzia».
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 Ma una volta scelto il marito, ad una sposa rimane un’altra scelta difficile: l’abito.
«La ricerca del vestito non è durata molto (per fortuna), sono prima andata in un grande negozio di abiti da sposi per farmi una prima idea, ma quando sono entrata nell’atelier Donne di moda di Piacenza ho subito capito che avrei trovato quello che cercavo e infatti così è stato, appena ho provato il mio abito ho avuto l’approvazione di mia mamma e delle mie amiche. Non smetterò mai di ringraziare Gianna, la proprietaria, per la sua immensa pazienza e professionalità nel vestire una sposa un po’ atipica come me. Ha cercato in tutti modi di farmi sentire una principessa (in realtà senza riuscirci! io e le principesse viviamo in mondi troppo lontani!)».
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Un aspetto dei matrimoni che mi piace molto è il coinvolgimento degli sposi nella cura dei dettagli, fattore che rende un matrimonio veramente unico e riflesso immediato delle personalità dei suoi protagonisti. Il matrimonio di Francesca e Dragi evidentemente è uno di questi: «Volevamo che il matrimonio fosse “nostro”, che ci rispecchiasse in tutto e per tutto e per questo abbiamo deciso di fare -quasi- tutto noi con l’aiuto dei nostri amici: partecipazioni, menu, libretti per la messa,tableau de mariage, allestimento della location, centrotavola, bomboniere (semplici vasetti in vetro a chiusura ermetica dove ogni invitato poteva scegliere di metterei vari tipi di confetti). Ho chiesto alla mia amica Micaela, bravissima ed esperta di grafica, di realizzarci le partecipazioni e insieme a lei e a Martina, una delle mie testimoni, le abbiamo tutte imbustate e chiuse con il sigillo di ceralacca con le nostre iniziali».
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«Come  tema del matrimonio abbiamo scelto le spezie e questo è stato il filo conduttore. Il giorno prima del matrimonio insieme ai nostri più cari amici siamo andati ad allestire la location: abbiamo realizzato il tableau de mariage, posizionato le tantissime candele per illuminare e delineare il passaggio e allestito i tavoli, ognuno con il nome di una spezia diversa (zenzero, perpe rosa, peperoncino, bacche di ginepro….)».
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E i fiori, questa esplosione di colori estivi, sono stati un’idea della sposa: «Per quanto riguarda i fiori, mi sono affidata a Davide e Daniele di Kadò; desideravo la chiesa colorata, vestita a festa, volevo rendere il duomo meno solenne e più familiare e devo dire che sono stata accontentata alla perfezione: la chiesa era bellissima, non potevo desiderare di meglio! All’ingresso c’era un arazzo di fiori con le nostre iniziali e tanti coni con riso di vario tipo e nella navata centrale composizioni a terra, vasi con dentro diverse spezie, sempre per richiamare il tema della giornata, e candele. Per non parlare poi del mio fantastico bouquet, scrupolosamente consegnato a casa da Daniele insieme ai braccialetti per le damigelle».
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Le foto bellissime, invece, sono state la causa di un fortunato imprevisto: «Mancavano pochi giorni al matrimonio e siamo rimasti senza il fotografo che era stato inizialmente ingaggiato. Subito è stata la disperazione, poi per fortuna abbiamo contattato Elena ed era disponibile!».
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 «Il giorno del matrimonio ero stranamente molto tranquilla, forse perchè avevo la situazione sotto controllo e poi il tempo era stupendo, e caldissimo, proprio come avevo immaginato, invece Dragi era un po’ più nervoso di me. Finalmente era arrivato il momento di prepararmi, a casa mia c’erano mia mamma, le mie testimoni e le mie amiche, nonchè damigelle,  che mi hanno aiutata a vestirmi».
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«Poi sono arivate anche le addette al trucco e parrucco: la bravissima Chiara Cantù per il make up (soddisfattissima del risultato! Si dice che il trucco fa miracoli e lei c’è riuscita!) e la mia fidata parrucchiara Pinuccia per l’acconciatura».
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«Dragi è arrivato in chiesa sul cassone di un’Ape addobbata per l’occasione accompagnato dai suoi testimoni, io, invece, sono arrivata con mio papà a bordo di una fantastica Lancia Aurelia».
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Ed ecco un bellissimo colpo di scena architettato dagli sposi: «La cerimonia è stata bellissima e super personale grazie a Don Paolo, il parroco di Bobbio, insieme a lui abbiamo scelto letture, Vangelo e abbiamo deciso di inserire il rito dell’incoronazione degli sposi; Dragi è di religione ortodossa e per loro l’incoronazione è un momento fondamentale del rito del matrimonio».
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 «Per questo motivo abbiamo deciso di inserire una parte facoltativa (che io non sapevo nemmeno che esistesse!) del rito cattolico per richiamare il rito ortodosso e abbiamo lasciato tutti gli ospiti di stucco».
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«Al termine della funzione siamo andati con Elena e la sua assistente Valeria a scattare qualche foto per i vicoli di Bobbio e sul Ponte Gobbo».
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«Nonostante avessimo deciso praticamente tutto all’ultimo per quanto riguarda le foto (infatti abbiamo anche molto improvvisato), Elena è stata bravissima! Ha saputo metterci a nostro agio e ha capito esattamente il tipo di foto che volevamo».
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 E devo dire che anche questa volta le foto sono bellissime, e traducono perfettamente lo spirito giovane, fresco e sbarazzino di questa coppia.
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Ed eccoci arrivati al rinfresco, anche questo all’insegna dell’indole spensierata di Francesca e Dragi: «Durante la cena i nostri amici non hanno perso occasione di farci scherzi e dopo il taglio della torta ci siamo scatenati: cocktails, musica, anche macedone, e per finire si sono tuffati tutti in piscina! Per fortuna io sono stata risparmiata!».
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«É stata veramente una giornata speciale, stupenda e al di sopra delle aspettative e questo soprattutto grazie ai nostri fantastici amici  e parenti  e a tutti coloro che hanno reso possibile questo giorno» e Francesca ci suggerisce un gesto bellissimo da fare dopo le nozze, ringraziamenti personalizzati per gli invitati: «abbiamo deciso di omaggiare in seguito i nostri invitati di una cartolina (che richiamava lo stile delle partecipazioni) con una foto scattata durante il matrimonio con ognuno di loro e una frase di ringraziamento personalizzata. E’ stato un lavoraccio, ma era il minimo per ringraziarli».
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Grazie Francesca e Dragi, e grazie Elena che con queste foto bellissime ha fatto vivere anche a noi l’atmosfera festosa di questo giorno unico.
Grazie!
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Servizi segreti e tazze da consommè

Quasi un anno fa, diciamo verso la fine dell’inverno scorso, dopo aver trovato ad un prezo stracciato dei bellissimi piatti inglesi bianchi e blu, che sognavo da tempo (potete leggere la storia completa qui), ho cercato in internet i piatti piani corrispondenti.

Seguendo le dirtte dell’esperta Donna Bianca padrona di casa di questo blog, sono approdata su eBay.de, la versione tedesca del noto sito, e ho trovato un lotto che comprendeva proprio sei piatti piani della produzione Royal Homes of Britain, di Enoch Wedgwood, un’insalatiera e, udite udite, tre tazze da consommè, altro sogno che covavo da tempo (ne ho scritto a proposito, o sproposito, qui).

Il prezzo, se non conveniente, era quantomeno interessante, e dopo qualche giorno di indecisione ho ceduto, decidendo da subito due condizioni attenuanti dell’ennesiomo acquisto di pottery: per un po’ non avrei ceduto alla tentazione di cercare altri pezzi dello stesso servizio, né di altri; avrei aspettato fino al successivo Natale per aprire il pacco, senza parlarne a nessuno.

Una volta arrivato il pacco, l’ho aperto subito per verificare che non ci fossero errori o pezzi rotti: all’interno tutto era stato imballato con teutonica meticolosità, ed ogni pezzo era integro e bellissimo. Soprattutto le “suppentasse”, solo tre, è vero, ma perfette per le cenette della nostra piccola famiglia. Ho poi richiuso tutto, sistemato il grosso pacco in cantina, aspettato tantissimo tempo, e la sera di Santa Lucia ho portato sotto l’albero il mio dono, reso ancora più speciale dopo la lunga attesa.

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Questa è la foto che ho pubblicato sulla pagina Facebook del blog, che mostrava il cartone svuotato del suo prezioso contenuto ma ancora pieno di tutti gli imballaggi.

Mio marito è rimasto perplesso, e solo dopo le necessarie rassicurazioni del tipo : “So già dove metterli”, è riuscito ad apprezzare la mia attesa paziente, fatto davvero eccezionale per chi scrive.

Comunque, la sera di Capodanno ho deciso di inaugurare i nuovi arrivati nella versione “per tre”.

Eravamo solo noi, dopo i bagordi della sera prima (compio gli anni il 30 dicembre e negli ultimi anni sto sempre invitando un po’ di amici a cena da noi per festeggiare), e le tazze da consommè sono state destinate non ad una zuppa bensì ad accogliere le tradizionali lenticchie.

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Le foto sono un po’ buie, ma volevo rendere l’effetto soffuso della serata.

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Questo è il posto della piccola Giulia, senza coltello e con posate preziose ma ridimensionate, e stessa cosa per i bicchieri: un piccolo bicchiere da amaro e un calice da liquore per le “bollicine”, l’acqua frizzante che le abbiamo dato per il nostro brindisi, semplicemente anticipato al momento del dolce.

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Con questa tavola di fine 2015 scrivo il primo articolo del 2016.

Nel frattempo anche la prima condizione dettata al momento dell’acquisto è stata soddisfatta e non ho comprato altre cose, ma chissà, forse Santa Lucia si accorgerà di quanto sono stata brava e mi farà trovare qualcos’altro sotto l’albero…