Qualche brandello di muro

Cento anni fa, e proprio in questi giorni, l’Italia viveva un’altra tragedia, all’interno della carneficina feroce che si consumava in Europa.

Nelle trincee del Carso moltissimi giovani pagavano con la propria vita il prezzo della  Grande guerra. Fra i tanti soldati, uno era veramente e per molti aspetti speciale. Era nato in Egitto, ma era italiano. Era stato a Parigi dove aveva frequentato da amico i Cubisti, Apollinaire, le lezioni di Bergson alla Sorbona, e altri italiani che animavano l’aria frizzante della capitale francese di inizio secolo: Papini, Soffici, Palazzeschi; Modigliani, De Chirico.

Dobbiamo immaginarlo dopo Parigi: nelle trincee, arruolato come volontario, mentre nei turni di riposo al riparo dagli spari scriveva versi perché scrivere era il suo mestiere, e certamente il suo modo per non impazzire. Versi che sono pensieri, che hanno in mezzo la sospensione del dolore, la pausa di un sospiro, di una vita sospesa e sincopata.

Nel loro centenario questi versi si arricchiscono di significato una volta di più.

Girano sui social e io mi ci sono aggrappata. Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso (pubblicata con gli altri componimenti di guerra in Allegria).

San Martino del Carso

Valloncello dell’albero isolato il 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

E’ il mio cuore
il paese più straziato

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