Una mattina a Portobello

Due fine settimana fa, dopo un’attesa che mi è sembrata eterna (il viaggio era stato prenotato due mesi prima), siamo stai a Londra. Tutti e tre, e solo per il week-end: con una bambina di quattro annida compiere a pochi giorni i ritmi sono stati molto meno frenetici di quelli che avremmo tenuto per tre giorni fra adulti, ma siamo comunque riusciti a vedere e divertirci abbastanza perchè fossimo tutti contenti.

Il mio vero momento di gloria è stato il sabato mattina, quando siamo andati al mercato di Portobello Road. Quando due mesi prima di partire abbiamo comprato i biglietti aerei, ho deciso sbito che non potevo mancare a questo appuntamento: Portobello costituisce infatti un punto fermo per chi come me è appassionato di cermiche inglesi vintage.

Sabato mattina ci siamo alzati molto presto, e dopo una vera colazione all’inglese in hotel abbiamo preso la metro per raggiungere Notting Hill. Questo quartiere, uno dei miei preferiti a Londra per essere defilato dal centro e lontano dalla pazza folla, ma sempre vivace, ci ha accolto subito con le sue belle case ordinate

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e colorate.

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Erano circa le nove del mattino, ma le persone iniziavano già ad arrivare per curiosare al mercato. Tant’è che per trovare la strada dalla stazione di Notting Hill Gate, basta seguire il flusso principale di persone.

E già alla prima bancarella è pura meraviglia. Teiere, piatti, tazze, argenteria…

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Alcuni negozi sono più specializzati, come questo che offre vecchi attrezzi sportivi,

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questo specializzato in vecchi giocattoli

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o questo con una sezione di commemorative potteries dedicate alla Regina Elisabetta II. Mi hanno fatta pensare alla mia amica Marina del blog Altezza Reale, che quello stesso giorno teneva a Parma una conferenza proprio su questo tema.

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In un’altra bancarella vendevano piatti bellissimi.

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A un certo punto il mercato sulla strada, costeggiato da negozietti, raddoppia in una zona di mercato coperto sempre traboccante di potteries e cianfrusaglie adorabili.

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Il mio piano di guerra per lo shopping era questo: guardo tutto e alla fine scelgo qualcosa da comprare. Non avevo fatto i conti con molti elementi inaspettati.

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Il primo, ovvio, è che avrei comprato tutto. Il secondo, in parte previsto, era la paura che gli oggetti più delicati potessero rompersi in valigia. Il tempo ridotto della nostra permanenza a Londra non mi permetteva di andare, come avrei voluto, ad un ufficio postale per imballare bene tutto e spedirlo in Italia. Avrei potuto puntare sulle posate, ma non credo che mi avrebbero fatto passare il bagaglio a mano con coltelli e oggetti appuntiti dentro.

Ultima ragione: all’improvviso, verso le undici, la folla al mercato era diventata insostenibile. Mia figlia non ne poteva più, e certo non si poteva pretendere che pazientasse ancora,  anche perché sapeva che subito dopo saremmo andati al Museo di storia Naturale a vedere i dinosauri.

Il giro a Portobello si è concluso con quasi niente di fatto sul fronte degli acquisti, ma l’atmosfera, le chiacchiere con gli antiquari, la bellezza degli oggetti esposti mi hanno lasciata piena di gioia e gratitudine per queste ore beate.

Disastri e soluzioni

Come già sa chi mi segue su Instagram, sabato scorso ho combinato un piccolo disastro.

Avevo acquistato da un po’ di tempo dei piatti di Spode, decorazione Blue Italian, un design storico del transferware inglese che viene prodotto dal 1816 e rappresenta nella parte centrale un bucolico paesaggio italiano, con tanto di romantiche rovine, animali liberi, un laghetto e un castello sullo sfondo. Il bordo alterna fiori a motivi orientaleggianti.

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Fonte immagine: spode.co.uk

La scena centrale intende riproporre gli scorci che durate il Grand Tour i viaggiatori inglesi, ma non solo, potevano ammirare nelle campagne italiane. Per questo la decorazione si chiama Italian, e il blu ovviamente è per il colore caratterizzante, che è veramente bellissimo, soprattutto nei pezzi più datati, dove il colore è molto intenso e il disegno più definito.

 Sabato inavvertitamente uno dei piatti è caduto e si è rotto, come da foto (di pessima qualità, chiedo perdono!).

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Se nella parte superiore del piatto il taglio è piuttosto netto, e volendo facile da riparare, nella parte inferiore, dove è avvenuto l’impatto contro il pavimento, ci sono piccolissime parti di smalto difficili da ricostruire.

A questo punto le possibilità sono queste:

  • goodbye, my darling.

Dimenticarmi di lui, rimpiazzarlo.

  • affidarlo ad un professionista per un restauro.

Anni fa, a mia madre era successo un disastro simile, ad opera di mio fratello che giocando in casa aveva fatto cadere con risultati intuibili un vaso di porcellana.
Mia madre aveva trovato una restauratrice che eseguì un miracolo, incollando anche parti piccolissime senza lasciare traccia, almeno da lontano, del suo passaggio e del danno che l’aveva preceduta.

  • ripararlo seguendo il kintsugi,

la tecnica giapponese che incolla gli oggetti infranti ma lasciando ben visibili tutte le cicatrici della rottura, anzi sottolineandole con l’oro. Quando il kintsugi è ben eseguito, i risultati sono spettacolari, sia su pezzi antichi che su oggetti moderni.

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Fonte immagine: urushi.info

Del kintsugi mi piace molto anche la filosofia che sottende a questa riparazione artistica: un bell’oggetto, anche se rotto, non perde la sua bellezza intrinseca. Il kintsugi fa di un contrattempo, di un difetto intercorso, un’opera d’arte, e arricchische l’oggetto già bello di un significato in più.

Avrete capito che sono ormai orientata per la terza soluzione. La prima non è mai stata presa in considerazione. Ho pensato alla seconda, e raccolto con pazienza i frammenti piccolissimi del mio piatto, tenendoli da parte per un eventuale restauro. Ma una volta incollato il piatto non potrebbe essere più utilizzato per alimenti, andrebbe appeso, o comunque esposto.

A questo punto tanto vale arricchirlo di venature auree, che tra l’altro con il blu stanno bene come con nient’altro: pensate alla bellezza del lapislazzuli con le sue inclusioni dorate.

Rimane solo un aspetto da chiarire: chi lo fa? 😉

A voi è mai capitato di rompere qualche oggetto? Come avete risolto?

 

 

 

Ottobre e un fotografo

Se penso ad ottobre, al centro del cespuglio di pensieri, impegni, sensazioni legati al primo vero mese di autunno, c’è questa foto.

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La zucca che insieme al gatto bianco è la nota cromatica saliente sui toni bruni di fondo è certamente la voce più ottobrina dell’immagine. Ma anche le foglie secche sul terreno brullo ci fanno capire che ormai i rami sono nudi, il freddo sta arrivando silenzioso e determinato.

Da noi in Emilia è tempo di prime nebbie, che scendono spessissime e raramente lasciano spazio al sole. Altrove è già tempo di Halloween, festa che non amo perché non trovo vicina al mio modo di sentire, ma certo dovessi mai fare una festa di Halloween chiederei al mio amico Daniele, il fotografo, di prestarmi la foto qui sopra.

Gli ho chiesto di prestamela per questo articolo, che nella fase gestazionale aveva un’altra anima, ma dopo la conversazione con Daniele riguardo alla foto, ne avrà una differente.

«Dani come va? Mi mandaresti, se puoi, quella foto fatta a Corchia (paese di poche anime in provincia di Parma) del gatto con la zucca? Vorrei pubblicarla sul blog, metti una firma….».
«Quello bianco intendi? quello è a Ozzano Taro (altro luogo ameno del parmense)».
Segue serie di chiacchiere tra amici e l’invio della foto.
«Mi sembra una vita fa quando andavamo a Corchia… in effetti forse lo è! Quanta acqua è passata sotto ai ponti. La Parma, il tevere, l’Avon!» (Daniele, bresciano di nascita, si è formato professionalmente a Parma, oggi vive tra Roma e Bristol).
Ma io gli chiedo della foto.
«Raccontami come hai fatto a far mettere in posa il gatto».
«Niente posa, passavo. Stava lì fermo, fuori così come lo vedi ma intorno immaginati una casa piena di zozzeria varia, e lui candido come il cotone. Una composizione stile natura morta, con gatto vivo. Non s’è più visto in giro. Dicono che alla terza copia venduta di questa foto  si sia montato la testa e sia partito per un catting in America. Sembra che viva in Florida ora».
Forse anche il gatto con quello sguardo da gatto che più gatto non si può si è stufato della nebbia.
«Nel tuo blog ci potrebbe stare anche il negozio di Cristina di Verona, 120 Mameli Strasse tutto attaccato».
«Guarderò grazie».
Ho guardato e mi si è spalancata la stanza dei sogni.
Non provo neanche a raccontarvelo, dico solo che hanno il mio marchio preferito di tessili per la casa, Le Jacquard Français, poi sbirciate voi e ditemi se vi piace.
E questo è il sito di Daniele Romano.

Boston clam chowder. Non di soli spaghetti vive (…) una vongola.

Ritornando con la mente al mio viaggio americano del quale ho parlato nell’ultimo post, e approfittando dell’abbondanza di vongole qui nei paraggi, mi è venuta voglia di provare a cucinare uno dei piatti che mi erano piaciuti di più tra quelli assaggiati negli States: la clam chowder, o zuppa di vongole.

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Due parole sulla nascita di questa zuppa: sembra che l’origine sia da ricercare nelle coste nord occidentali della Francia, tra Bretagna e Normandia (dove per altro ancora oggi le cozze, per esempio, vengono cucinate con il latte). Dà lì la zuppa di vongole avrebbe attraversato il canale della Manica e avrebbe addirittura accompagnato i coloni inglesi oltreoceano. Non è difficile credere che qualcosa di simile dovesse essere veramente preparato sulle navi dei Padri Pellegrini: patate; carne di maiale stagionata, salata e pepata per essere conservata;  pesce; erano ingredienti che non potevano mancare in cambusa.

Così la zuppa di vongole si diffuse nel New England, tanto da essere chiamata ancora oggi New England o Boston (la prima città fondata dai Padri Pellegrini) clam chowder.

Io l’ho mangiata la prima volta a Orange County, in un ristorantino sulla spiaggia a Laguna Beach e poi ancora al Pier 39 di San Francisco, dove viene servita in una pagnotta scavata che fa insieme da piatto e da pane.

L’ho preparata per accogliere mia sorella che è venuta a trovarmi qualche giorno al mare.

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In internet trovate ricette dovunque, io l’ho preparata così, e in due versioni perché mia sorella non può mangiare latte né derivati e non gradisce la cipolla.

Prima versione: Lavare e far spurgare le vongole in acqua salata. Cuocerle coperte, a fuoco vivace, finché non si aprono, in un filo di olio. Bagnare con mezzo bicchiere di vino bianco.

Tagliare delle patate a tocchetti, metterle in padella con un fondo di olio, speck o pancetta  (bacon!) a pezzettini, cipolla di tropea e sedano, e far cuocere lentamente, aggiungendo acqua o brodo vegetale leggero quando si asciugano. Ho cotto gli ingredienti tutti insieme.

Nel frattempo, quando le vongole si saranno aperte, vanno sgusciate tutte (ne ho ttenute alcune non sgusciate per decorare), il liquido rilasciato dai molluschi va filtrato e tenuto da parte.

Quando le patate sono morbide, si aggiunge un po’ di latte o panna liquida (io ho aggiunto il latte), e si frulla tutto. Il mix, che dovrebbe risultare molto denso, va allungato con il liquido delle vongole e all’occorenza con altro brodo vegetale. La zuppa in ogni caso non deve essere liquida ma avere una consistenza cremosa. Aggiungere le vongole e servire.

Seconda versione: identica, ma senza latte né cipolla. La versione con il latte risulta più delicata. Non ho aggiunto sale perché entrambe le versioni non ne avevano bisogno (tra liquido delle vongole e speck il sodio non mancava).

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Ecco il nostro tavolo sul terrazzino, al tramonto. Nei paitti fatti a stella marina ho servito dei crostini di pane da servire con la clam chowder.

A noi è piaciuta, ammesso che le vongole mi piacciono sempre e tantissimo. Voi l’avete mai assaggiata?

4 luglio e ricordi di un’estate americana

Al mattino qui al mare, quando non c’è mio marito a rivoluzionare piacevolmente le nostre giornate, io e Giulia siamo molto mattiniere: è lei a svegliarmi intorno alle sette, e dopo una colazione sul terrazzino ci infiliamo i costumi e via in spiaggia. Al mattino presto ci sono, proprio di fronte a casa nostra, i pescatori che puliscono le reti appena ritirate dal mare.

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Per noi è una grande gioia intanto perché possiamo rifornirci di pesce freschissimo e di stagione semplicemente attraversando la strada, scoprendo anche la naturale stagionalità dei pesci, aspetto per me sconosciuto finché non ho iniziato a passare qui le estati in pianta stabile. Così ho imparato che a giugno abbondano le seppie, in luglio si pescano molte sogliole a meno che di notte non passino i delfini che ne vanno ghiotti, per tutta l’estate si trovano le cicale di mare (qui le chiamano panocchie, canocchie altrove) perfette da buttare in padella con il pomodoro fresco per un sugo rapidissimo e delizioso, a fine agosto sarà la volta del rombo, che io metto in forno con patate, olio e rosmarino (l’ho fatto servire così anche al nostro matrimonio).

La seconda ragione per cui il disbrigo delle reti è interessante (più per Giulia che per me) è questa: i pesci troppo piccoli per essere venduti vengono gettati in pasto ad una colonia di gabbiani che conosce bene gli orari dei pescatori e ogni mattina aspetta inquieta. I pescatori lasciano prendere i pesciolini ai bambini perché li diano loro ai gabbiani, cosa che rende tutti molto felici.

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Su Instagram stamattina ho pubblicato proprio due foto relative a questo momento della nostra giornata. Mentre vedevo tirar fuori dalle reti un grosso granchio, pensando ai polposi crostacei che si mangiano su una sponda e sull’altra dell’Atlantico, mi è venuto in mente che oggi gli Stati Uniti celebrano la loro festa nazionale.

L’estate di undici anni fa , con una borsa di studio dell’Università di Parma partivo per un’esperienza negli States che rimarrà per sempre tra i miei ricordi di viaggio più belli.

Sono partita insieme ad altri tre studenti di altre facoltà della mia università, vincitori come me della borsa di studio: un economo, un giovanissimo studente di ingegneria pugliese, generosissimo cuoco che a suon di home baked pizza ci ha permesso di non sentire troppo la nostalgia dei sapori di casa e una biologa mia omonima. Avevamo deciso di allungare l’esperienza americana partendo prima e tornando dopo l’inizio e la fine del corso che avremmo dovuto frequentare.

Dopo adeguati preparativi, il viaggio era stato sapientemente arricchito secondo questo programma: arrivo a New York ed esplorazione della città. Volo interno per Chicago dove saremmo andati a trovare la mia amica Francesca, italiana che lavorava negli States. Volo interno per Las Vegas, noleggio macchina per un breve (distanze americane) viaggio che ci avrebbe portato alla scoperta del Grand Canyon National Park e che aveva la nostra meta ufficiale, Los Angeles, come arrivo. Volo di rientro prenotato da San Francisco dove, ospiti di un’altra mia amica, americana in questo caso, la deliziosa Katie, avremmo respirato gli ultimo giorni di vita americana prima del rientro in Italia. Partenza a fine giugno, ritorno a fine agosto.

Eravamo a Chicago i primi giorni di luglio. La città è meravigliosa e se avete in programma un viaggio negli USA includetela senza ripensamenti tra le vostre mete. Con la insostituibile guida di Francesca e delle sue amiche l’abbiamo indagata senza sosta, dalle spiagge cittadine del lago Michigan all’altissimo belvedere della Sears (oggi Willis) Tower, dall’enorme e meraviglioso acquario all’Art Institute con la sua preziosa collezione.

Il 4 luglio eravamo lì. Abbiamo passato il pomeriggio in spiaggia, tra sole e musica, per poi trasferirci al vicino Millenium Park per assistere ad un concerto di Moby.

Calata la sera, al Navy Pier si poteva assistere allo spettacolo straordinario dei fuochi d’artificio che raddoppiano nel lago, mentre una banda della Marina militare eseguiva l’inno americano ed altre musiche patriotiche.

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La città era in festa, la Nazione (cioè l’insieme dei singoli Stati) era in festa; nei giardini si grigliava; negli abiti, sulle case, ovunque trionfavano i colori della bandiera amercana, e si respirava un’atmosfera di gioia condivisa e unificatrice di un Paese che certo ha infinite fratture e problemi sociali cronici, ma che per un giorno, anche soltanto uno, sa essere  veramente unito.

Ho sentito fortissimamente la mancanza di una giornata così sentita in Italia, dove le feste nazionali sono sempre e solo di una parte, non c’è ricorrenza che tenga, e il massimo dell’unisono di intenti si raggiunge per le partite di calcio della Nazionale (forse è anche l’unica occasione alla quale gli italiani collegano l’inno di Mameli, e questo la dice lunga su molte cose).

Buon 4 luglio a chi festeggia oggi. Io ricorderò sempre con piacere quell’estate americana,  il calore e i colori di quella festa nazionale.

Rimedio alla mancanza di foto mie, che non ho qui, con un’immagine dei fuochi del 4 luglio a Chicago, tratta da Pinterest.

Nuovi arrivati in casa Simplicitas

Un paio di settimane fa sono riuscita a partecipare ai saldi di Chiara di Enjoy Coffee and more – e il fatto di essere stata super impegnata fino all’ultimo secondo me lo ha fatto assaporare ancor di più.

Lo show room di Chiara, però, era affollatissimo e nella ressa non mi sento molto incline agli acquisti, quindi avevo messo nel mio cestino solo alcune posate e tre piattini bianchi e blu.

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Uno di questi (gli atri due sono diversi) è stato postato ieri sera sulla pagina Facebook di Simplicitas: l’ho inaugurato con dell’hummus di ceci fatto alla mia maniera, in fondo alla pagina trovate la ricetta. Si tratta di un classicissimo Spode Italian, che è davvero una decorazione bellissima.

Ma, dicevo, il grande afflusso di appassionate di pottery inglese mi stava un po’ scoraggiando quando ho visto, tra le tazzine spaiate, due tazze e due piattini diversi fra loro ma accomunati dalla decorazione con frutta e dalla finitura in verde.

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Per il momento sono diventate le tazze da colazione perfette per me e mio marito, e anche queste sono state postate stamattina sul profilo Instagram di questo blog. Le tazze hanno una forma particolare che mi ha colpito subito, nella foto non è ben visibile ma pur avendo un bordo circolare hanno la coppa sfaccettata. Anche i colori sono molto vivaci dal vivo: per quanto sicuramente recenti queste tazze e piattini mi hanno davvero colpita.

Sui piattini è riportato questo marchio

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mentre le tazze sono marchiate semplicemente “Made in England”.

Mentre ero in fila alla cassa non pienamente soddisfatta dei pochi acquisti fatti, ho notato una ragazza con i capelli rossi che stava passando in rassegna dei piatti in una selezione super scontata: ogni pezzo a un euro. La ragazza aveva in mano dei piatti con le peonie, Anche questi di recente fattura ma con colori brillanti, e proprio con il mio fiore preferito. Lei ne aveva in mano due, nella sezione dei pezzi ad un solo euro ne aveva lasciati altri quattro, che ho preso. Ho soppesato per qualche istante l’acquisto di due piatti decorati in oro, ma poi li ho lasciati. Alla ragazza quei piatti in bianco e oro sono piaciuti più delle peonie, e mi ha lasciato gli altri due piatti per fare il servizio da sei.

Tra l’altro la ragazza, veramente giovane, era accompagnata da sua sorella, e dopo aver scelto qualche oggetto per loro, ha pensato di prendere qualcosa per la mamma rimasta a casa, un gesto che mi ha quasi commossa.

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Ecco qui uno dei piatti. Solo una volta arrivata a casa mi sono accorta che uno di questi aveva una decorazione leggermente diversa: riporta infatti solo una parte del disegno degli altri cinque.

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In ogni caso i piatti mi piacciono molto, sono perfetti per un piatto unico, o possono essere abbinati ad altri piatti semplicemente bianchi.

Vi lascio con la ricetta dell’hummus di ceci come lo faccio io. La mia versione, ormai consolidata dopo aver sperimentato parecchie varianti, è ben lontana dall’originale con la quale forse  ormai ha in comune solo il fatto di essere una crema di ceci.

Hummus di ceci alla mia maniera

Ingredienti: ceci secchi (quantità secondo necessità), olive taggiasche denocciolate (un cucchiaio per 250 g. di ceci cotti), capperi dissalati  o sotto aceto (un cucchiaino per 250 g. di ceci cotti), un limone (un cucchiaio di succo per 250 g. di ceci cotti), un cipollotto, olio extra vergine d’oliva, sale, pepe.

Mettere a bagno i ceci il giorno prima. Far appassire il cipollotto in una padella con poco olio, poi aggiungere i ceci, acqua, e far cuocere per 40 minuti. Eliminare il liquido di cottura e mettere i ceci con il cipollotto nel mixer, insieme al succo di limone, alle olive taggiasche e ai capperi, sale e pepe. Frullare aggiungendo l’olio fino a che l’hummus raggiunga una consistenza cremosa ma compatta. Servire con crostini di pane su cui spalmare la crema.

Ovviamente è possibile utilizzare ceci già lessati.

Aspetto i vostri commenti!

Servizi segreti e tazze da consommè

Quasi un anno fa, diciamo verso la fine dell’inverno scorso, dopo aver trovato ad un prezo stracciato dei bellissimi piatti inglesi bianchi e blu, che sognavo da tempo (potete leggere la storia completa qui), ho cercato in internet i piatti piani corrispondenti.

Seguendo le dirtte dell’esperta Donna Bianca padrona di casa di questo blog, sono approdata su eBay.de, la versione tedesca del noto sito, e ho trovato un lotto che comprendeva proprio sei piatti piani della produzione Royal Homes of Britain, di Enoch Wedgwood, un’insalatiera e, udite udite, tre tazze da consommè, altro sogno che covavo da tempo (ne ho scritto a proposito, o sproposito, qui).

Il prezzo, se non conveniente, era quantomeno interessante, e dopo qualche giorno di indecisione ho ceduto, decidendo da subito due condizioni attenuanti dell’ennesiomo acquisto di pottery: per un po’ non avrei ceduto alla tentazione di cercare altri pezzi dello stesso servizio, né di altri; avrei aspettato fino al successivo Natale per aprire il pacco, senza parlarne a nessuno.

Una volta arrivato il pacco, l’ho aperto subito per verificare che non ci fossero errori o pezzi rotti: all’interno tutto era stato imballato con teutonica meticolosità, ed ogni pezzo era integro e bellissimo. Soprattutto le “suppentasse”, solo tre, è vero, ma perfette per le cenette della nostra piccola famiglia. Ho poi richiuso tutto, sistemato il grosso pacco in cantina, aspettato tantissimo tempo, e la sera di Santa Lucia ho portato sotto l’albero il mio dono, reso ancora più speciale dopo la lunga attesa.

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Questa è la foto che ho pubblicato sulla pagina Facebook del blog, che mostrava il cartone svuotato del suo prezioso contenuto ma ancora pieno di tutti gli imballaggi.

Mio marito è rimasto perplesso, e solo dopo le necessarie rassicurazioni del tipo : “So già dove metterli”, è riuscito ad apprezzare la mia attesa paziente, fatto davvero eccezionale per chi scrive.

Comunque, la sera di Capodanno ho deciso di inaugurare i nuovi arrivati nella versione “per tre”.

Eravamo solo noi, dopo i bagordi della sera prima (compio gli anni il 30 dicembre e negli ultimi anni sto sempre invitando un po’ di amici a cena da noi per festeggiare), e le tazze da consommè sono state destinate non ad una zuppa bensì ad accogliere le tradizionali lenticchie.

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Le foto sono un po’ buie, ma volevo rendere l’effetto soffuso della serata.

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Questo è il posto della piccola Giulia, senza coltello e con posate preziose ma ridimensionate, e stessa cosa per i bicchieri: un piccolo bicchiere da amaro e un calice da liquore per le “bollicine”, l’acqua frizzante che le abbiamo dato per il nostro brindisi, semplicemente anticipato al momento del dolce.

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Con questa tavola di fine 2015 scrivo il primo articolo del 2016.

Nel frattempo anche la prima condizione dettata al momento dell’acquisto è stata soddisfatta e non ho comprato altre cose, ma chissà, forse Santa Lucia si accorgerà di quanto sono stata brava e mi farà trovare qualcos’altro sotto l’albero…

 

Un anno di Simplicitas blog

Fonte: Pinterest

Un anno fa nasceva questo blog.

Grazie a chi passa per leggere, a chi lascia commenti, a chi ha contribuito con immagini bellissime e matriali unici.

Semplicemente… grazie.

R.

Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di blu

Non lasciatevi ingannare dal titolo, non è un post sui matrimoni (ma presto, prometto, torneranno anche quelli).

Sono stata lontana dal blog per un periodo che mi è sembrato lunghissimo, non per mancanza di interesse ma per mancanza di tempo, e sono certa che per la maggior parte di voi non sarà difficile crederlo: tra lavoro, impegni familiari e attività quotidiane programmate e straordinarie, ultimamente arrivo a sera esausta.

Volevo condividere con voi un po’ di immagini di porcellane finite sulla mia tavola, ultimamente, alcune sono new entry, altre vecchi ricordi, e da qui il titolo.

Iniziamo da questa salsiera fatta ad anatra, che era di mia nonna e a me è sempre piaciuta tantissimo. A dir la verità non ricordo di verla vista spesso sulla sua tavola, ma era nella credenza e a me piaceva sbirciarci dentro: mi ricordo l’odore della sua credenza, un misto di legno, tovaglie inamidate e liquore alla ciliegia…

Ho lasciato per anni questa salsiera in cantina dai miei, con le altre cose della vetrinetta e della credenza di mia nonna che ho tenuto, e qualche tempo fa l’ho portata a casa, pensando che osse perfetta per una tavola d’autunno.

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Io la utilizzo per il sugo dell’arrosto, ma anche per chi voglia aggiungere condimenti extra ai primi. Ma sto meditando di amplaire l’utilizzo anche a creme e marmellate per arricchire una buona fetta di torta, servita magari in piattini dai colori autunnali.

Un altro pezzo che volevo farvi vedere è infatti questo piatto acquistato insieme ad altri piattini da dolce tutti spaiati, che sulla tavola insieme sono bellissimi, la prossima volta devo essere veloce a fotografarli prima che vengano riempiti.

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Il piatto è della linea Devon Fruit, di Ridgway. Mi piace molto e cercherò di mettere insieme qualche altro pezzo di questo servizio, con colori e frutti autunnali.

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Vorrei fare la stessa cosa con questo piattino. Tempo fa, su un blog interessante e ricco di stimoli, ero incappata in un piatto della linea Regency di Mason, e mi sono innamorata di questa decorazione. Sto cercando da tempo di mettere insieme qualche pezzo di questo servizio, ma in giro non si trova quasi niente, e i prezzi anche su Ebay non sono abbordabilissimi.

Chiudo con altre due immagini: vi ricordate questa tazza? Ve ne avevo parlato qui, l’avevo acquistata insieme ad un piattino ben abbinato ma non suo, e quest’estate ho trovato il suo piatto! Adesso mi sembra ancora più bella, voi cosa ne pensate?

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L’ultimo acquisto recente (parte del bottino dell’ultima edizione del Mercante in Fiera) che voglio mostrarvi è questo piattino – ne ho tre uguali.

Mi ripeterò, ma adoro il transferware, il bianco e blu è un grande classico ma mi piacciono le porcellane realizzate con il transferware in tutti i colori. Avevo un pregiudizio contro il transferware in nero, viste in foto mi sembravano troppo scure, tetre. E invece no.

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Quando ho visto al Mercante in Fiera questi piattini (sono 3) me ne sono innamorata. Sono moderni, ma di Wedgwood, e il transferware Wedgwood è il più perfetto che abbia mai visto. I tre piattini sono abbastanza profondi, pensavo di utilizzarli come ciotoline per l’aperitivo, ma nulla vieta di cercare anche per questi piattini le tazze da tè corrispondenti e iniziare una nuova serie.

Spero di riuscire a scrivere con più regolarità nei giorni e nelle settimane prossimi.

E come sempre grazie se passate di qui.

La nostra vacanza in Umbria. Parte terza.

Guardo e riguardo le foto, è difficile sceglierle. Non siamo fotografi eccezionali ma eccezionali nelle foto del nostro viaggio sono stati i soggetti, che di paesaggio o di arte si trattasse.

Il terzo giorno in Umbria siamo stati a Orvieto, forse anche per la vicinanza con Roma unica meta di viaggi massivi tra le tappe della nostra vacanza. Un Duomo degno della sua fama aspettava noi insieme a molti altri turisti.

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Nella mia vita lavorativa mi sono occupata con grande entusiasmo di didattica dell’arte, ma due anni sono veramente pochi per una lezione di iconografia, e Giulia deve essersi annoiata parecchio mentre io cercavo di raccontarle qualcosa. Inutile dire che non sarei più andata via.

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Orvieto è ricca di negozietti che hanno attratto la mia attenzione, tra antiquari, negozi di ceramiche artigianali, di tessuti e altre amenità. Mi ero ripromessa di tenere lo shopping per la seconda metà della vacanza, e ad Orvieto ho voluto con poco anticipo aprire le danze.

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Peccato che fatte le visite della mattina e una sosta pranzo obbligatoria più per la piccola che per noi,  i negozi fossero chiusi, contrariamente alle mie aspettative.

La temperatura continuava a salire, e dopo aver cercato rifugio in uno dei profondi pozzi presenti in città, abbiamo deciso di tornare alla piscina che ci aspettava al Casale San Bartolomeo.

Sono riuscita soltanto ad acquistare un paio di oggetti in legno di ulivo da Patris, una vera bottega artigianale dove un gigante buono lavora l’ulivo e lo rende perfetto nelle sue creazioni.

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Il giorno dopo ci attendevano altre mete ricche di fascino, Todi per prima.

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Ci ha colpiti più di tutto la chiesa francescana di San Fortunato, maestosa all’interno e con una spettacolare scalinata giardino ai suoi pedi.

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Nel pomeriggio siamo arrivati a Spello. Quanto Spello sia fantastica posso solo accennarlo a parole perché io e Giacomo al nostro primo viaggio dopo un’eternità ci siamo dimenticati di ricaricare la batteria della macchina fotografica e non siamo riusciti, né a Todi né a Spello, a trovarne un’altra.

Mura romane intatte, porte della città incredibilmente belle – la porta principale, a tre fornici e ornata da statue di età augustea, ha una torre altissima sulla cui cima cresce un ulivo secolare – templi diventati chiese, una cappella gioiello affrescata sontuosamente da Pinturicchio, e vicoli, vicoli a non finire, in cui perdersi ammirando terrazzi e cortili fioriti, perché a Spello ogni anno viene premiata la più bella “casa fiorita”, e le case espongono con orgoglio sui muri esterni le targhe di ceramica trofei della premiazione.

Mentre io impazzivo di gioia e di «proprio adesso dovevamo rimanere senza poter fare foto?», e avevo già addocchiato un negozio di stupendi tessuti a lavorazione artigianale, le cose iniziavano a mettersi male.

Giulia ha iniziato a piangere, ci siamo accorti che la fronte le scottava, e abbiamo subito raggiunto Assisi dove saremmo dovuti arrivare in serata. Aveva la febbre altissima, e io e Giacomo abbiamo deciso che non era il caso di tenerla in giro, ma neanche in hotel, con 39 di febbre e un caldo terribile fuori, e il giorno dopo siamo rientrati.

Giulia ha avuto una tonsillite che poi come al solito è passata a me, ma pazienza, e dopo qualvhe giorno si è ripresa. Io avevo in mente di visitare una bellissima coltivazione di lavanda poco distante di Assisi, passare a Deruta, per le ceramiche, a Montefalco, per i tessuti, e poi a Gubbio e a Città di Castello, ma il nostro viaggio seppur dimezzato non poteva essere più bello di come è stato.

Queste sono due foto che ho scattato alla Basilica Superiore al tramonto, quando dopo la prima tachipirina la febbre era scesa, Giulia dormiva, la batteria della Nikon si era ricaricata,  e sono uscita dall’hotel per fare due passi e procacciarci un picnic da consumare in stanza.

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A sopresa anche il picnic sul letto con prosciutto e vino umbri e Giulia che si era svegliata con un certo appetito nonostante tutto, è stato meraviglioso.

Torneremo altre volte, ad Assisi ed in Umbria. Intanto ho prenotato un fine settimana a Città di Castello in settembre, per assistere al concerto di chiusura del Festival delle Nazioni e per fare una full immersion di Alberto Burri. Poi si vedrà.

Volevo essere certa di poter viaggiare anche con Giulia, e l’esperimento è riuscito. Sono felice così.

Per le puntate precedenti: qui e qui.