Le porcellane giapponesi per il tè di Angela

 

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Angela, una lettrice del blog mi ha mandato circa un mese fa le foto di questo servizio ereditato dalla nonna, molto simile al mio di cui vi avevo parlato in un articolo dell’anno scorso, e nell’articolo successivo dedicato alla tradizione giapponese del tè, scritto dalla mia amica Michela, che ha vissuto in Giappone e che faceva notare come probabilmente questi servizi, per i pezzi che li compongono (lattiera e zuccheriera in particolare) siano stati pensati per l’occidente.

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Angela mi chiede  se ho ulteriori informazioni da darle in merito, ma purtroppo no, e chiedo ancora a voi, se qualcuno avesse notizie più complete e avesse voglia di condividerle qui, noi saremmo felicissime di leggerle.

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Intanto ringrazio Angela per le foto di questo servizio, di per sè molto bello, molto più completo del mio, e proverò a reperire altre informazioni su questi servizi evidentemente abbastanza diffusi nelle credenze delle nostre nonne.

Un anno di Simplicitas blog

Fonte: Pinterest

Un anno fa nasceva questo blog.

Grazie a chi passa per leggere, a chi lascia commenti, a chi ha contribuito con immagini bellissime e matriali unici.

Semplicemente… grazie.

R.

Una tavola vista mare. Per due.

La casetta al mare di cui se passate di qui avrete già sentito parlare, ha un terrazzo bellissimo da cui, di scorcio tra i palazzi in prima fila sul lungo mare, si vede anche il mare. Quando non c’è troppo vento, o stranamente troppo caldo come oggi, pranzare o cenare fuori è bellissimo.

L’ultimo fine settimana, un giorno la piccola ci ha fatto la grazia di addormentarsi subito dopo il suo pranzo e ci ha regalato un pranzo a due molto tranquillo. Con i miei piatti a forma di pesce su cui potete leggere di più qui, ho apparecchiato in terrazza.

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Runner e tovaglioli sono di Blanc Mariclò, di una tonalità di azzurro che mi piace molto. Per l’acqua uso una vecchia bottiglia del latte, qui a Porto San Giorgio fino a due anni fa trovavo il latte fresco in vetro e mi piaceva tantissimo. Avevo tenuto un paio di bottiglie da usare per l’acqua, ma proprio solo due pensando di ritrovarlo ogni estate, invece l’anno scorso non si trovava più e questa è l’ultima bottiglia superstite. Ma se volete copiare l’idea una bottiglia della passata di pomodoro andrà benissimo. O se volete delle bottiglie particolarmente belle Chiara l’antiquaria di Modena ne ha sempre tante.

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Ho decorato la tavola con i pesciolini magnetici di un gioco dell’ignara piccola addormentata. I colori si sposano alla perfezione con quelli dei piatti e della tovaglietta. Il piattino che qui vedete vuoto, è invece per appoggiarci la bottiglia dell’olio.

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Stanca di avere macchie di unto e di vino rosso sgocciolate dalle bottiglie sulle mie tovaglie, ho adottato questa soluzione con piattini spaiati che si comprano a cifre irrisorie ai mercatini. Questo, con un po’ di blu sta bene anche sulla tavola del mare.

Che ne dite? Arrivederci alla prossima tavola!

Apparecchiare: tavolo a vista o tovaglia?

In internet, fonte ormai primaria di ispirazione, si trovano tantissime foto di tavole apparecchiate senza tovaglia, con piatti e stoviglie appoggiati direttamente sul tavolo.

Fonte: http://www.bargaindecoratingwithlaurie.com
Fonte: http://www.bargaindecoratingwithlaurie.com

Ci sono due ragioni, credo, che sottendono a questa soluzione: la prima è una certa tradizione anglosassone che non prevede l’utilizzo della tovaglia anche per tavole formali, magari su tavoli antichi. Oppure l’uso delle tovagliette americane, appunto, che segnano il placé quasi fossero un sottopiatto allargato.

La seconda ragione, più attuale, è che il legno a vista è di gran moda e molto presente anche come base in tutte le foto di food styling. Di solito è un legno vissuto, decapato, o magari un vecchio tagliere con i segni delle incisioni che il tempo gli ha imposto. Il legno a vista è molto in sintonia con gli stili shabby chic,  nordico, e country-chic.

Fonte: Pinterest
Fonte: Pinterest
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Fonte: Pinterest

Abbiamo però i due estremi tra le possibilità: un tavolo bellissimo, magari antico, di legno pregiato, da esporre per la sua eleganza, o una soluzione più rustica, un legno vissuto (veramente o reso vissuto) lasciato a vista.

Fonte: Pinterest
Fonte: Pinterest

Alcune soluzioni sono molto eleganti anche nel caso del tavolo vissuto. Ma tutto ciò che sta in mezzo a questi due estremi, vedi tavoli di simil legno di produzione contemporanea, mi sembra si presti poco ad essere apparecchiato senza tovaglia.

In casa Simplicitas a tavoli siamo messi in modo strano. In cucina, una stanza rettangolare con una cucina in linea, moderna e giocata sul contrasto bianco e nero, abbiamo un tavolo che in realtà è una scrivania di cristallo, con una struttura di metallo nero satinato che fa da supporto e cornice. Ha delle misure poco standard proprio perché non è un tavolo: è stretto per la sua lunghezza, a noi piaceva perché non avrebbe ingombrato eccessivamente la stanza nel senso della sua -ridotta- larghezza, e il cristallo a sua volta offre maggiore respiro allo spazio.

Foto mia, e si vede…

Teniamo il tavolo appoggiato alla parete opposta a quella su cui si stende la cucina con elettrodomestici e dispensa, su uno dei due lati lunghi per intenderci, e lascio il tavolo contro la parete se per una cena informale decido di apparecchiare in cucina per quattro o  massimo cinque commensali, per riuscire a muovermi liberamente ai fornelli.

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In sala abbiamo rinunciato ad avere un tavolo fisso: non ce ne è lo spazio, e non si parlava in nessun caso di rinunciare ad un divano comodissimo per le chiacchiere, la lettura, guardare un film, il relax. Dietro alla porta della sala abbiamo una delle soluzioni geniali di Ikea, per una volta dal nome facilmente pronunciabile: Norden. Si tratta di un tavolo a ribalta che chiuso occupa poco spazio ma ospita in compenso sei cassetti abbastanza comodi, e aperto, trascinato in mezzo alla stanza, diventa il nostro tavolo delle cene importanti.

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Fonte: Ikea.it

In questo secondo caso il tavolo è laccato di bianco, né elegante da vedersi né di un legno dall’aspetto vintage. Lo copro sempre con mollettone e tovaglia, soluzione che scelgo anche in cucina, se abbiamo ospiti, mentre spesso per noi, soprattutto a colazione, utilizzo le tovagliette americane. Il cristallo lasciato scoperto è un materiale freddo al tatto e le stoviglie creerebbero continui rumori quando vengono appoggiate.

Avessi un prezioso tavolo d’epoca lo coprirei comunque con mollettone e tovaglia: mi sembrerebbe troppo esposto alle intemperie, passatemelo, di ospiti che possono anche distrarsi, di liquidi che possono rovesciarsi, di pietanze molto calde che possono rovinarlo.

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Fonte: Pinterest

Un tavolo di legno vissuto, o decapato, assolutamente carino da lasciare in vista sotto alla mise en place, mi piacerebbe moltissimo in un contesto di campagna, o ancora di più all’aperto, ma in una casa di città mi stonerebbe per l’aspetto troppo rustico.

Fonte: colincowieweddings.com
Fonte: colincowieweddings.com

Voi cosa ne pensate? Avete dei bei tavoli che apparecchiate nude?

I miei piatti inglesi

I miei piatti inglesi rossi e bianchi, in origine, dovevano essere blu e bianchi.

La loro storia parte da lontano. Una sera di qualche anno fa vengo invitata a cena da mio cugino e dalla sua futura moglie, entrambi sempre molto antitradizionalisti e minimalisti nel look. E mi trovo davanti una tavola perfettamente apparecchiata, con una tovaglia candida e piatti inglesi bianchi e blu, calici per l’acqua ed il vino, candele… una tavola elegante e perfetta. Con quei piatti bellissimi che mai mi sarei aspettata di trovare sulla tavola di questi due ragazzi, e soprattutto, come potevo io non aver mai pensato a prenderli?

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Fonte: Pinterest

Da allora mi ero fissata con i piatti inglesi, e ovviamente li cercavo bianchi e blu. Un giorno, al mercato settimanale di Reggio Emilia, a cui non vado  praticamente mai, c’era una bancarella di antiquari che sostituiva solo in quell’occasione, mi dissero, la bancarella di un collega che quel giorno non era potuto andare.  Da loro vedo questo servizio di piatti rossi, molto bello, chiedo se li avessero anche in blu ma niente. Chiedo il prezzo e faccio una passeggiata per meditarci.

Nel frattempo arrivano i miei suoceri. Loro vivono nelle Marche, non capitano tutti i giorni al mercato di Reggio. Ripassiamo davanti alla bancarella con i piatti e glieli faccio vedere. A entrambi piacciono tantissimo, e mi consigliano di comprarli, dicendo che ci avrebbero messo loro una buona parola con mio marito, perennemente in ansia per la mancanza di spazio di cui la nostra casa soffre.

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Il giorno dopo ho inaugurato il servizio con il più classico dei menù: un risotto ai funghi porcini e un arrosto di vitello con patate, invitando i miei suoceri e mia cognata. Il pranzo, ma soprattutto i nuovi piatti, sono stati un successone.

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Ho sempre usato i piatti rossi con grande soddisfazione, ma non ho mai smesso di pensare all’idea originale in bianco e blu. Venerdì della settimana scorsa ero in giro con mia cognata e il suo ragazzo, entriamo in un negozio di casalinghi perché loro devono comprare uno zerbino, e impilati in un angolo del negozio vedo dei bellissimi piatti blu e bianchi della Wedgwood. Chiedo il prezzo ed  era assolutamente conveniente perché, mi hanno spiegato, dopo che un ristorante aveva comprato ventiquattro piatti piani, erano rimasti questi piatti fondi che da soli aspettavano invenduti da anni.

Anche in questo caso ci ho pensato. Il tempo di un aperitivo e siamo tornati indietro per comprare sei piatti fondi, intanto, a quel prezzo imbattibile, poi si vedrà!

Per indorare l’amara pillola a Giacomo, che già molte porcellane fa era convinto che la nostra casa non potesse contenerne altre, ho lasciato i piatti a sua sorella: la sera dopo saremmo stati a cena da loro, e abbiamo deciso di sorprendere il mio malcapitato (no, dai…) marito servendogli la cena in quelli che sarebbero stati i nostri nuovi piatti.

Abbiamo inaugurato i piatti con dei sopraffini spaghetti al nero di seppia. Il ragazzo di mia cognata è un cuoco abilissimo, tanto accurato nelle preparazioni quanto creativo, e anche quella sera non ci ha deluso. La reazione del marito non è stata positiva, ma ho fatto spazio in casa e oggi abbiamo riutilizzato i piatti, finalmente a casa nostra.

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Ancora castelli inglesi, questo è Windsor, avrei preferito un decoro più floreale, ma le cose nella vita non capitano  quasi mai come vengono programmate, senza per questo smettere di accadere, e stupirci, e renderci felici.

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Buona domenica!

Ps: menù di oggi. Piccolo aperitivo con cacciatore e scaglie di parmigiano, risotto al ragù leggero e secondo di verdure. Vino, portato dagli ospiti, deliziso. Qualche biscottino fatto in casa con il caffè. Ho usato come piatti fondi dei piatti avorio, molto lineari, di un servizio Villeroy e Boch veramente molto duttile, perfetto per tutte le tavole.

La stiratura della tovaglia lascia ancora a desiderare, ma solo l’imperfetto è perfettibile.

Il tè delle ragazze

L’ultima volta che mia sorella è venuta a trovarmi, ho aparecchiato la tavola del pranzo con i miei piatti inglesi bianchi e rossi, ma per farla sentire una vera principessa al pomeriggio ho apparecchiato una tavola per il tè pensando al film di Sofia Coppola su Maria Antonietta. Di quel film ho adorato i costumi, i colori e l’atmosfera girly che racconta, almeno in alcune scene.

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Ho apparecchiato con due runner rosa un po’ sovrapposti per creare movimento e spezzare una composizione troppo rigida.

Ho usato delle tazze bellissime, comprate da Chiara di Enjoy coffee and more. Sono edoardiane, dei primi del Novecento, completamente dipinte a mano. Le adoro!

Poi ho preparato un tè che avevo scelto, ve lo confesso, solo per la confezione rosa. La miscela all’interno contiene petali di rosa, ed il sapore è gradevolissimo. Non avevo mai provato questa marca di tè, non proprio a buon mercato, ma mi è piaciuto molto e ne basta pochissimo perché il risultato risulti intenso.

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Mia sorella aveva portato dei biscotti fatti da lei, a froma di cuore, molto belli da vedere oltre che buoni. Li ho messi in questo porta dolci di vetro.

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Tocco finale la marmellata di lamponi che ho comprato in montagna, dal colore super invitante, da spalmare sul pane.

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Ed ecco il tè delle ragazze!

Potete vedere altre foto delle mie tazze sul blog di Chiara, qui. Le avevo al mare la scorsa estate, e mi ero preparata un tè alla menta molto rinfrescante.

Un tè venuto da lontano – A tea from far away

Un po’ di post fa vi avevo parlato del servizio da tè giapponese che era di mia nonna. Qualcuno di voi ha commentato, qui sotto o sulla pagina Facebook, di averne uno simile o di ricordarne uno simile a casa dei propri genitori/nonni. Ma soprattutto ho ricevuto un commento da parte di un’amica, Michela, una compagna del liceo, che ha vissuto in Giappone, e le ho chiesto se aveva voglia di raccontarci qualcosa su come si prende veramente il tè laggiù. Lei ha accettato con entusiasmo, e ci ha regalato questo bel racconto.

Vi consiglio di visitare anche il suo blog Kid ‘n me, sulla sua vita con un vivace pargolo italo-giapponese e molte curiosità sul Paese del Sol Levante. Ma vi lascio alle sue parole.

Buongiorno a tutti,

mi chiamo Michela e sono qui per parlarvi di tè e Giappone.

Ringrazio tanto Raffaella per l’ospitalità: sono contentissima di poter scrivere due parole su un blog così bello.

Circa una vita fa sono stata in Giappone, a Nagasaki, per 2 anni: là non ho studiato la cerimonia del tè e quindi non sono un’esperta, ma quando sono arrivata ho dato lezioni di inglese a una piccola, non troppo giovane, ma molto simpatica e solare donnina che era proprio una maestra di cerimonia del tè e che tra scherzi, risate e sorrisi mi ha insegnato tante cose.

Prima di parlare della complicata cerimonia del tè – che rimanderei alla “prossima puntata”- possiamo vedere come servire il tè alla giapponese quando abbiamo ospiti a casa.

Premetto che non tutti lo servono esattamente così, ma quello di cui vi parlerò è il modo tradizionale che si dovrebbe in teoria seguire.

Andiamo per punti.

Punto 1: scegliere il tè

Il tè più bevuto in Giappone è il tè verde e, come quando si va al bar da noi e si dice “un caffè” tutti capiscono che intendiamo un espresso, in Giappone quando si parla di “ocha” お茶 si intende il tè verde.

scegliere il tè

Ne esistono però diversi tipi, tra cui ci sono per esempio genmaicha, sencha e houjicha. Ogni tipo di tè si può gustare al meglio ad una diversa temperatura. 

preparare il tè
Immagine da: http://mycha.b-smile.jp/products/detail.php?product_id=8

Punto 2: preparare il tè

Una volta scelto il tipo, si fa bollire l’acqua in un bollitore o in una teiera. Poi, si versa l’acqua bollente in ogni tazzina degli ospiti e la si fa “raffreddare” fino a circa 70°. Si mettono i cucchiaini di tè in foglie dentro ad una teiera in base al numero delle persone (per esempio per 5 persone occorrono 4-5 cucchiaini, a seconda dei gusti).

Quando l’acqua nelle tazzine è arrivata alla temperatura giusta, la si vuota nella teiera dove abbiamo messo il tè in foglie, si chiude e si aspetta per un minuto circa. E… pronto!

Se ne prepariamo dell’altro con le stesse foglie, bisogna versare l’acqua ad una temperatura più alta (circa 90°) ed attendere solo una decina di secondi.

Punto 3: preparare il vassoio

Sul vassoio mettiamo:

dolcetti, ognuno con il suo piattino, e tazzine (con il tè già versato) sui loro sottobicchieri se gli ospiti sono pochi;

dolcetti, ognuno con il suo piattino, tazzine (con il tè già versato) e sottobicchieri impilati a parte se gli ospiti sono tanti.

Punto 4: chi servire

Come da noi ovviamente si servono prima gli ospiti.

Si parte dall’ospite più anziano.

 

Punto 5: come servire

Immagine da: http://www.jtua-hk.org/sp_contents/business_first.html
Immagine da: http://www.jtua-hk.org/sp_contents/business_first.html

Se ci sono i dolci, si posa prima il dolcetto con il suo piattino e poi il tè nella tazzina con il suo sottobicchiere. Il dolce deve risultare a sinistra e il tè a destra dell’ospite. Se ci capita di dover servire da destra e non stando di fronte, bisogna invertire l’ordine con cui si appoggiano sul tavolo tè e dolce per averli alla fine nella stessa posizione.

Se l’incontro non è troppo formale si possono mettere i dolci in un piatto al centro del tavolo.

Il tè non è mai zuccherato e non si aggiunge nemmeno il latte. Questo mi fa pensare che il bellissimo servizio di Raffaella, che ha sia zuccheriera che bricchetto per il latte, fosse pensato per gustare il tè all’occidentale.

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Senza titolo1Mentre di solito il tè caldo si beve non zuccherato, chiaramente le macchinette che si trovano per le strade giapponesi vendono tanti tipi di tè, freddi e caldi, zuccherati e non. Anche il tè d’orzo, ウーロン茶, così rinfrescante in estate.

E poi c’è il caffè freddo con concentrato di zucchero. Ma questa è un’altra storia.

Se volete assaporare un po’ di Giappone, io vi consiglio di provare il genmaicha, con foglie di tè e qualche chicco di riso tostato… è il mio tè preferito ed è reperibile anche in Italia nei negozi bio o nei negozi di alimentari orientali.

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Spero di non avervi annoiati troppo e, se vorrete, tornerò a parlarvi della vera e propria cerimonia del tè.

Un ciao a tutti, a Raffaella in particolare

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E abbiamo anche la versione in inglese!

Hi everyone,

my name is Michela and I’m here to talk to you about tea and Japan.

First of all I would like to thank Raffaella for her hospitality: I’m really happy I have the chance to write on her beautiful blog.

A long long time ago I went to Japan and stayed there for 2 years, in Nagasaki. I wasn’t there to study tea ceremony, so I’m not an expert, but I was lucky enough to have the privilege to give private English lessons to a tiny, old, funny and cheerful lady that happened to be a tea ceremony teacher. While joking, laughing and smiling she taught me many things.

Before we start to talk about the complicated tea ceremony, though – that I’ll talk about next time- I thought we can see together how we should serve tea in the Japanese way when we have guests at home.

Of course, not everyone is serving tea this exact way, but what I’m going to show you is the traditional way that one should follow.

Let’s do it step by step.

Step 1: choosing tea

The most common tea in Japan is green tea and when they say “ocha” お茶 –literally “tea”- they mean green tea.

There are different kinds of tea like, for example, genmaicha, sencha and houjicha. You can enjoy each one of them at a different temperature.

Step 2: preparing tea

Once you choose the tea, you bring water to a boil in a kettle or in a teapot. Then, you pour the boiled water in the cups of all guests to make it cool down to a temperature of about 70°. Put some teaspoon of tea leaves in a teapot (the number of teaspoons varies on the number of people, for example you’ll need 4-5 teaspoons for 5 people).

When the hot water in the cups reached the desired temperature, you pour it all in the teapot where you put the tea leaves, you cover the teapot and wait for 1 minute. And it’s done!

If you prepare some other tea using the same tea leaves, you need to pour hot water on leaves without cooling it down, waiting for just about 10 seconds.

Step 3: preparing the tray

On the tray we put:

  1. sweets, each sweet on its little plate, and the cups on their coasters (with the tea already poured) – if we have just few guests;
  2. sweets, each sweet on its little plate, cups (with the tea already poured) and coasters aside – if we have many guests.

Step 4: who to serve first

As in Italy, we serve the guests first.

You start serving from the older guest.

Step 5: how to serve

If sweets are available, we first put on the table the sweet with its plate, and only then the tea cup with its coaster. The sweet has to be on the left and the tea on the right of the guest.

If we cannot serve from the front but just from the right side of the guest, we have to switch the order in which we put tea and sweet on the table, to have them in the same position in the end.

If the meeting is not a formal one you can put all the sweets on a plate/tray in the middle of the table.

Tea is always without sugar and they don’t add milk. This makes me think that Raffaella’s beautiful tea set was created to enjoy tea in a western way, having it the sugar bowl and the little milk jug.

While they never add sugar to hot tea, on the other hand you can find any kind of tea at the vending machines that fill Japanese streets: hot and cool tea, with or without sugar. You can also drink barley tea, ウーロン茶, so refreshing in the hot Japanese summer.

And you can find cold coffee with a lot of sugar. But that’s a different story.

If you want to taste a little bit of Japan, I suggest you to try genmaicha, with its tea leaves and toasted rice grains… it’s my favorite tea and you can find it in Italy in organic products stores and in oriental markets.

Hope I didn’t bore you too much and, if you like, I’ll write about the tea ceremony next time.

Bye everybody, and a special thank to Raffaella 

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Un thé au Japon

Nella vetrinetta di mia nonna, su un ripiano in basso, faceva bella mostra di sé un piccolo servizio da tè giapponese, regalato a mia nonna da un’amica al ritorno da un viaggio nell’Impero del Sol levante – ho dei ricordi talmente precisi della mia infanzia che spesso mi chiedo se non siano frutto di fantasie e ricostruzione successive.

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Da bambina lo guardavo ammirata, mi bastava anche solo un accenno orientaleggiante a scatenare fantasie di avventure in paesi lontani. Ero un pirata, una principessa, un’archeologa – più spesso quest’ultima, sono cresciuta con il mito di Indiana Jones.

Quando la nonna è mancata, ho potuto tenere alcune cose che erano a casa sua, e tra queste gli ultimi elementi rimasti del servizio: teiera, zuccheriera, lattiera e un piattino.  Oggi sono a casa mia nella mia vetrina, molto più piccola e meno fornita di quella della nonna, ma è solo questione di tempo…

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Il servizio è dipinto a mano con scene di personaggi vestiti di kimono (geishe?), in giardino. Le scene proseguono a tutto tondo sui diversi pezzi. Ho cercato qualche notizia a proposito in internet, dove si trovano in vendita servizi simili, datati dagli anni Ottanta dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento. Non credo che l’amica di mia nonna le avesse portato dal Giappone un servizio d’antiquariato, quindi propendo per una datazione alla seconda metà del Novecento, ma ovviamente queste sono congetture senza alcuna base certa. Ritorna frequentemente l’uso del colore rosso-bruno di finitura. Spesso negli oggetti in vendita online si parla di porcellana “eggshell”, a guscio d’uovo, per definirne sottigliezza e trasparenza in controluce, e devo dire in questo caso sono entrambe notevoli.

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Abbino questi pezzi giapponesi a semplicissime tazze bianche, dalle linee essenziali, comprate a meno di un euro l’una nel grande magazzino svedese. Qualsiasi altra tazza stonerebbe rispetto a queste porcellane, così caratterizzate e iper decorate.

Anche oggi guardarle mi fa sognare. Sogno di essere alla cerimonia della fioritura dei ciliegi, in un kimono di frusciante seta rosa. Sogno di avere quattro anni, e di guardare incantata i servizi da tè, insieme alla nonna.

Un invito a casa di Elvira, seconda parte

Eccomi come promesso a mostrare le ultime foto scattate a casa di Elvirae Brunello. Raccolgo qui le idee natalizie viste a casa sua. Potete leggere qui la prima parte del racconto.

Per rendere l’idea della creatività della padrona di casa, guardate come sono belle e originali queste zuppiere bianche riempite di palline per l’albero di Natale.

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Ed ecco altre palline (queste proprio belle!) appese al lampadario della cucina.

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L’occorrente per uservire n tè natalizio per due è sempre pronto in sala da pranzo.

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Le foto fatte da me sarebbero finite qui. Mi rammaricavo di non aver nessuna immagine delle decorazioni sulle scale: come accennavo nel post precedente le scale sono addobbate, anzi arredate, con la cura che si dedica ad un interno. Dopo il primo post mi è arrivato un messaggio di Elvira così entusiasta di quello che avevo scritto (è sempre gentile!) da darmi la spudoratezza di chiedere qualche ulteriore foto scattata da loro.

Ecco dunque le foto che mi hanno mandato, molto migliori delle mie… adesso mi spiace di non averle fatte fare tutte a Elvira e Brunello!

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Ed infine alcuni bagliori dei cristalli e delle candele messi sopra al pianoforte in sala.

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Grazie ancora Brunello ed Elvira per averci aperto la vostra casa. Speriamo di tornare presto a trovarvi!

 

Un invito a casa di Elvira, prima parte

Amanti del minimalismo girate pagina, questo post non fa per voi. Elvira è una zia di mio marito, con fisico occhi e spirito di una ragazzina. Con lei condivido almeno tre passioni: arte, lettura – rigorosamente di libri cartacei – e amore per la casa. Quest’ultimo nel caso di Elvira si declina in gusto per la decorazione, e in una collezione ragguardevole di oggetti che rendono le stanze di casa sua ambienti accoglienti, vissuti e personalissimi. La sua cura dei dettagli è evidente non appena ti apre la porta e ti accoglie su una scala che è già arredata e accogliente come un interno.

La casa in cui vive con Brunello, suo marito, è l’appartamento in cui vivevano i genitori di Brunello (nonni paterni di mio marito), rimasto in gran parte un appartamento del secolo scorso, con struttura e arredi elegantissimi purese non attuali. Quando ho incontrato Elvira per Natale le ho chiesto di andarla a trovare per scattare qualche foto da condividere sul blog, e lei ne è stata subito entusiasta.

Nelle foto che ho fatto -foto terribili, non so fotografare e la luce artificiale non aiuta- vi mostro la cucina e la sala da pranzo di questa casa deliziosa che a me è subito entrata nel cuore, come la signora che vi abita.

La piccola cucina mette in mostra alcuni dei tesori di Elvira, con tazze, alzatine, teiere, vasi e zuppiere che, esposte alla vista, assumono una funzione stetica oltre che funzionale.

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Piattaie e ganci reggono decorazioni e stoviglie mentre alcune vetrinette e un grande armadio molto capiente raccolgono il grosso delle ceramiche. «Ho raccolto questi oggetti negli anni, comprandoli ogni volta che qualcosa mi piaceva, poi alcuni erano della mia famiglia, come le tazze da tè appese vicino all’ingresso, e altri appartenevano alla mamma di mio marito, come i piatti di Natale della Royal Copenaghen appesi sotto» spiega Elvira. A pezzi storici e di valore si mescolano con naturalezza pezzi più nuovi e abbordabilissimi scelti con gusto.

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I mestoli sono raccolti vicino al fornello in una teiera bianca.

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Elvira cucina e prepara la cena mentre mi racconta «Credo di aver assorbito questa passione da mia madre e mia nonna, che a loro volta hanno avuto grande cura per la casa e la tavola».

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Guardate che meraviglia i mug di ispirazione russa in basso a sinistra.

«A casa mia la tavola doveva essere sempre apparecchiata in un certo modo», mi dice Elvira, e mentre pensa a come apparecchiare per la cena a cui ci ha invitati, decide di scegliere una tovaglia bianca e blu acquistata anni prima ma mai usata. 

Passiamo così in sala da pranzo, attigua alla cucina, dove grandi vetrine custodiscono meraviglie per i miei occhi, disposte in modo da incantare con forme e colori.

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Mi attrae prima di tutto un ripiano con ceramiche bianche e blu, fra cui alcune tazze olandesi con i mulini a vento.

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Ma anche il ripiano con porcellane e bicchieri che virano dal vede al turchese all’acqua non è da meno.

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Facciamo alcune prove, mentre Elvira sceglie con sicurezza piatti diversi per vedere come stanno con la tovaglia che ha messo sul tavolo. Io fotografo emozionatissima… ogni cosa che vedo qui è bellissima!

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Proviamo un servizio con i fiori, uno con la frutta, poi Elvira sceglie dei piatti bianchi e blu, in armonia perfetta con la tovaglia.

Mentre apre vetrine e armadi io colgo l’occasione per fotografare. Guardate la simmetria armoniosa di questa angoliera, dove tutto sembra avere un suo doppio, un compagno, un rimando ad un altro pezzo.

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E questa è la bella tavola che Elvira apparecchia per noi.

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Avrei mille altre cose da raccontare della sua casa… Io mi sono sentita come nel Paese dei Balocchi. Per aggiungere un particolare sul carattere di questa splendida padrona di casa vi dico che a fine serata ha aperto una vetrinetta e mi ha regalato qualche pezzo della sua collezione: alcune tazze decorate con la frutta «da usare per il punch» e una tazza con piattino, a pois, che piace tantissimo a mia figlia (ebbene sì, la signorina a 19 mesi ha già i suoi gusti!). Questo regalo inaspettato e così spontaneo mi ha commossa.

Mi riprometto nei prossimi giorni di pubblicare un altro post con alcune ispirazioni natalizie fotografate in questa casa speciale, e di tornare prestissimo a casa di Elvira per rubarle qualche altro segreto… Intanto grazie di cuore Elvira e Brunello per l’ospitalità!