Una mattina a Portobello

Due fine settimana fa, dopo un’attesa che mi è sembrata eterna (il viaggio era stato prenotato due mesi prima), siamo stai a Londra. Tutti e tre, e solo per il week-end: con una bambina di quattro annida compiere a pochi giorni i ritmi sono stati molto meno frenetici di quelli che avremmo tenuto per tre giorni fra adulti, ma siamo comunque riusciti a vedere e divertirci abbastanza perchè fossimo tutti contenti.

Il mio vero momento di gloria è stato il sabato mattina, quando siamo andati al mercato di Portobello Road. Quando due mesi prima di partire abbiamo comprato i biglietti aerei, ho deciso sbito che non potevo mancare a questo appuntamento: Portobello costituisce infatti un punto fermo per chi come me è appassionato di cermiche inglesi vintage.

Sabato mattina ci siamo alzati molto presto, e dopo una vera colazione all’inglese in hotel abbiamo preso la metro per raggiungere Notting Hill. Questo quartiere, uno dei miei preferiti a Londra per essere defilato dal centro e lontano dalla pazza folla, ma sempre vivace, ci ha accolto subito con le sue belle case ordinate

DSC_0057

e colorate.

DSC_0068

Erano circa le nove del mattino, ma le persone iniziavano già ad arrivare per curiosare al mercato. Tant’è che per trovare la strada dalla stazione di Notting Hill Gate, basta seguire il flusso principale di persone.

E già alla prima bancarella è pura meraviglia. Teiere, piatti, tazze, argenteria…

DSC_0063

DSC_0079

Alcuni negozi sono più specializzati, come questo che offre vecchi attrezzi sportivi,

DSC_0064

questo specializzato in vecchi giocattoli

DSC_0067

o questo con una sezione di commemorative potteries dedicate alla Regina Elisabetta II. Mi hanno fatta pensare alla mia amica Marina del blog Altezza Reale, che quello stesso giorno teneva a Parma una conferenza proprio su questo tema.

DSC_0066

In un’altra bancarella vendevano piatti bellissimi.

DSC_0080

A un certo punto il mercato sulla strada, costeggiato da negozietti, raddoppia in una zona di mercato coperto sempre traboccante di potteries e cianfrusaglie adorabili.

DSC_0086

Il mio piano di guerra per lo shopping era questo: guardo tutto e alla fine scelgo qualcosa da comprare. Non avevo fatto i conti con molti elementi inaspettati.

DSC_0083

Il primo, ovvio, è che avrei comprato tutto. Il secondo, in parte previsto, era la paura che gli oggetti più delicati potessero rompersi in valigia. Il tempo ridotto della nostra permanenza a Londra non mi permetteva di andare, come avrei voluto, ad un ufficio postale per imballare bene tutto e spedirlo in Italia. Avrei potuto puntare sulle posate, ma non credo che mi avrebbero fatto passare il bagaglio a mano con coltelli e oggetti appuntiti dentro.

Ultima ragione: all’improvviso, verso le undici, la folla al mercato era diventata insostenibile. Mia figlia non ne poteva più, e certo non si poteva pretendere che pazientasse ancora,  anche perché sapeva che subito dopo saremmo andati al Museo di storia Naturale a vedere i dinosauri.

Il giro a Portobello si è concluso con quasi niente di fatto sul fronte degli acquisti, ma l’atmosfera, le chiacchiere con gli antiquari, la bellezza degli oggetti esposti mi hanno lasciata piena di gioia e gratitudine per queste ore beate.

Annunci

Un tè con Elisabetta II a Parma

Ha inaugurato ieri al Museo Glauco Lombardi di Parma la mostra “Un tè con Elisabetta II” che espone la collezione di Marina Minelli dedicata alle commemorative potteries dedicate alla famiglia reale inglese.

Marina Minelli, storica, giornalista e autrice del blog Altezza Reale è probabilmente la maggiore esperta italiana di famiglie reali (presenti e passate). La sua passione per il mondo royal si accompagna ad un altro grande interesse, che ci accomuna: quello per le ceramiche inglesi.

Unendo le due passioni di Marina si incontra una produzione inglese del tutto particolare, quella appunto delle commemorative potteries, che altro non sono se non memorabilia celebrative degli eventi più salienti della monarchia britannica (nascite, matrimoni, incoronazioni, anniversari). Questi oggetti, molto apprezzati nel Regno Unito, spesso sono dedicati al rito quotidiano britannico per eccellenza, il tè, dando vita ad una vasta produzione di tazze, mg, teiere, zuccheriere, eccetera.

In pochi anni Marina ha raccolto una collezione di tutto rispetto, con pezzi che partono dalla seconda metà del periodo Vittoriano ed arrivanoad oggi.

Ieri ho avutpo il piacere grandissimo di partecipare alla visita guidata della mostra, tenuta proprio dalla collezionista, insieme allla direttrice del museo, Francesca Sandrini. L’esposizione è ricca, ispirata e piena di oggetti che raccontano, insieme alla storia della Royal Family, anche l’evoluzione dei costumi nei confronti del tè come rito e soprattutto nel modo in cui i britannici percepiscono la monarchia.

Allestimenti curati nel dettaglio e alcune didascalie esplicative completano il percorso di visita. Aggiungo due parole sul Glauco Lombardi prima di lasciarvi ad alcune immagini scattate ieri. Il museo raccoglie la più importante collezione dedicata a Maria Luigiad’Austria, Imperatrice dei frnacesi come seconda moglie di Napoleone Bonaparte, e poi amatissima Duchessa di Parma e Piacenza dopo il Congresso di Vienna. Il museo è interesante per molti aspetti, è una raccolta eclettica e vivace, restituisce un ritratto davvero molto umano della Duchessa, che nelle terre italiane che ha aministrato è ancora ricordata con affetto per il suo governo moderato e a tratti “illuminato”.

In poche parole: Parma è una città bellissima, alla quale sono molto legata per questioni biografiche, e questa è la stagione dell’anno in cui la città è più bella che mai. Vale certamente la pena di passarci un fine settimana, e dedicare tempo alla visita del museo e della collezione di Marina Minelli.

Ecco qualche immagine dei pezzi che più mi hanno colpita.

20170429_142548

La vetrinetta con i pezzi più antichi. La tazza bianca e blu sulla destra è divina.

20170429_150717-e1493554809608.jpgPer i produttori di ceramiche inglesi l’abdicazione di Edoardo VIII fu un grave colpo: la notizia arrivò quando molti oggetti erano già stati ultimati, e all’improvviso diventarono invendibili. Si rimediò sostituendo il ritratto del nuovo re Giorgio VI con la regina Elizabeth, mantenendo invariato l’impianto decorativo studiato per il fratello. Qui due mug opera di Laura Knight, con Edoardo VIII e con Giorgio VI.

20170429_150835Il programma dell’incoronazione di Giurgio VI (in mostra trovate anche quello dell’incoronazione della figlia e attuale sovrana Elisabetta II), un documento molto raro.

20170429_142734E infine due degli allestimenti proposti. Ho fotografato quelli in bianco e blu perché come sapete sono i colori che prediligo.

20170429_142753Le informazioni sulla mostra:

Un tè con Elisabetta, Museo Glauco Lombardi

Palazzo di Riserva – Strada G. Garibaldi, 15

Orari del museo
da martedì a sabato: 9.30 – 16.00
domenica e festivi: 9.30 – 19.00
lunedì 1 maggio apertura straordinaria

Visite guidate alla mostra, curate dalla collezionista:

sabato 29 aprile ore 14 e 30
domenica 30 aprile ore 10 e 30 e ore 17

sabato 20 maggio ore 10 e 30
domenica 21 maggio ore 11 e ore 16

sabato 10 giugno ore 10 e 30
domenica 11 giugno ore 11 e ore 16

Una conferenza/lezione dal titolo “Il rito dell’afternoon tea dalla regina Vittoria a Elisabetta II” è prevista sabato 20 maggio alle ore 15 e 30. L’ingresso alla mostra è gratuito.

 

A tavola con la regina – tutti i segreti delle serate di gala a Buckingham Palace

piatti-queen-victoria

Come vengono allestiti i sontuosi ricevimenti di gala a Buckingham Palace? Che cos’è il Grand Service? Quale portata viene presentata nei piatti con il monogramma della Regina Vittoria? Chi commissionò, in origine, l’elegante servizio in porcellana di Tournai blu e oro con uccelli ed insetti?

tournai

Se siete appassionati di tavole Reali, di tavole straordinarie, di the Queen, di cerimoniale o di diplomazia, non perdetevi la risposta a queste e molte altre curiosità sul sito Altezza Reale.

menu-programma-serata

Mettetevi in abito lungo, uniforme, black tie, e accomodatevi agli state banquet di Buckingham Palace.

L’articolo che trovate al link è nato da una mia collaborazione con Marina Minelli, storica e principale esperta italiana di royals. Ne sono molto orgogliosa :).

Ottobre e un fotografo

Se penso ad ottobre, al centro del cespuglio di pensieri, impegni, sensazioni legati al primo vero mese di autunno, c’è questa foto.

14686022_1071089879678453_794395365_n

La zucca che insieme al gatto bianco è la nota cromatica saliente sui toni bruni di fondo è certamente la voce più ottobrina dell’immagine. Ma anche le foglie secche sul terreno brullo ci fanno capire che ormai i rami sono nudi, il freddo sta arrivando silenzioso e determinato.

Da noi in Emilia è tempo di prime nebbie, che scendono spessissime e raramente lasciano spazio al sole. Altrove è già tempo di Halloween, festa che non amo perché non trovo vicina al mio modo di sentire, ma certo dovessi mai fare una festa di Halloween chiederei al mio amico Daniele, il fotografo, di prestarmi la foto qui sopra.

Gli ho chiesto di prestamela per questo articolo, che nella fase gestazionale aveva un’altra anima, ma dopo la conversazione con Daniele riguardo alla foto, ne avrà una differente.

«Dani come va? Mi mandaresti, se puoi, quella foto fatta a Corchia (paese di poche anime in provincia di Parma) del gatto con la zucca? Vorrei pubblicarla sul blog, metti una firma….».
«Quello bianco intendi? quello è a Ozzano Taro (altro luogo ameno del parmense)».
Segue serie di chiacchiere tra amici e l’invio della foto.
«Mi sembra una vita fa quando andavamo a Corchia… in effetti forse lo è! Quanta acqua è passata sotto ai ponti. La Parma, il tevere, l’Avon!» (Daniele, bresciano di nascita, si è formato professionalmente a Parma, oggi vive tra Roma e Bristol).
Ma io gli chiedo della foto.
«Raccontami come hai fatto a far mettere in posa il gatto».
«Niente posa, passavo. Stava lì fermo, fuori così come lo vedi ma intorno immaginati una casa piena di zozzeria varia, e lui candido come il cotone. Una composizione stile natura morta, con gatto vivo. Non s’è più visto in giro. Dicono che alla terza copia venduta di questa foto  si sia montato la testa e sia partito per un catting in America. Sembra che viva in Florida ora».
Forse anche il gatto con quello sguardo da gatto che più gatto non si può si è stufato della nebbia.
«Nel tuo blog ci potrebbe stare anche il negozio di Cristina di Verona, 120 Mameli Strasse tutto attaccato».
«Guarderò grazie».
Ho guardato e mi si è spalancata la stanza dei sogni.
Non provo neanche a raccontarvelo, dico solo che hanno il mio marchio preferito di tessili per la casa, Le Jacquard Français, poi sbirciate voi e ditemi se vi piace.
E questo è il sito di Daniele Romano.

Boston clam chowder. Non di soli spaghetti vive (…) una vongola.

Ritornando con la mente al mio viaggio americano del quale ho parlato nell’ultimo post, e approfittando dell’abbondanza di vongole qui nei paraggi, mi è venuta voglia di provare a cucinare uno dei piatti che mi erano piaciuti di più tra quelli assaggiati negli States: la clam chowder, o zuppa di vongole.

DSC_0006

Due parole sulla nascita di questa zuppa: sembra che l’origine sia da ricercare nelle coste nord occidentali della Francia, tra Bretagna e Normandia (dove per altro ancora oggi le cozze, per esempio, vengono cucinate con il latte). Dà lì la zuppa di vongole avrebbe attraversato il canale della Manica e avrebbe addirittura accompagnato i coloni inglesi oltreoceano. Non è difficile credere che qualcosa di simile dovesse essere veramente preparato sulle navi dei Padri Pellegrini: patate; carne di maiale stagionata, salata e pepata per essere conservata;  pesce; erano ingredienti che non potevano mancare in cambusa.

Così la zuppa di vongole si diffuse nel New England, tanto da essere chiamata ancora oggi New England o Boston (la prima città fondata dai Padri Pellegrini) clam chowder.

Io l’ho mangiata la prima volta a Orange County, in un ristorantino sulla spiaggia a Laguna Beach e poi ancora al Pier 39 di San Francisco, dove viene servita in una pagnotta scavata che fa insieme da piatto e da pane.

L’ho preparata per accogliere mia sorella che è venuta a trovarmi qualche giorno al mare.

DSC_0005

In internet trovate ricette dovunque, io l’ho preparata così, e in due versioni perché mia sorella non può mangiare latte né derivati e non gradisce la cipolla.

Prima versione: Lavare e far spurgare le vongole in acqua salata. Cuocerle coperte, a fuoco vivace, finché non si aprono, in un filo di olio. Bagnare con mezzo bicchiere di vino bianco.

Tagliare delle patate a tocchetti, metterle in padella con un fondo di olio, speck o pancetta  (bacon!) a pezzettini, cipolla di tropea e sedano, e far cuocere lentamente, aggiungendo acqua o brodo vegetale leggero quando si asciugano. Ho cotto gli ingredienti tutti insieme.

Nel frattempo, quando le vongole si saranno aperte, vanno sgusciate tutte (ne ho ttenute alcune non sgusciate per decorare), il liquido rilasciato dai molluschi va filtrato e tenuto da parte.

Quando le patate sono morbide, si aggiunge un po’ di latte o panna liquida (io ho aggiunto il latte), e si frulla tutto. Il mix, che dovrebbe risultare molto denso, va allungato con il liquido delle vongole e all’occorenza con altro brodo vegetale. La zuppa in ogni caso non deve essere liquida ma avere una consistenza cremosa. Aggiungere le vongole e servire.

Seconda versione: identica, ma senza latte né cipolla. La versione con il latte risulta più delicata. Non ho aggiunto sale perché entrambe le versioni non ne avevano bisogno (tra liquido delle vongole e speck il sodio non mancava).

DSC_0002

Ecco il nostro tavolo sul terrazzino, al tramonto. Nei paitti fatti a stella marina ho servito dei crostini di pane da servire con la clam chowder.

A noi è piaciuta, ammesso che le vongole mi piacciono sempre e tantissimo. Voi l’avete mai assaggiata?

4 luglio e ricordi di un’estate americana

Al mattino qui al mare, quando non c’è mio marito a rivoluzionare piacevolmente le nostre giornate, io e Giulia siamo molto mattiniere: è lei a svegliarmi intorno alle sette, e dopo una colazione sul terrazzino ci infiliamo i costumi e via in spiaggia. Al mattino presto ci sono, proprio di fronte a casa nostra, i pescatori che puliscono le reti appena ritirate dal mare.

reti.jpg

Per noi è una grande gioia intanto perché possiamo rifornirci di pesce freschissimo e di stagione semplicemente attraversando la strada, scoprendo anche la naturale stagionalità dei pesci, aspetto per me sconosciuto finché non ho iniziato a passare qui le estati in pianta stabile. Così ho imparato che a giugno abbondano le seppie, in luglio si pescano molte sogliole a meno che di notte non passino i delfini che ne vanno ghiotti, per tutta l’estate si trovano le cicale di mare (qui le chiamano panocchie, canocchie altrove) perfette da buttare in padella con il pomodoro fresco per un sugo rapidissimo e delizioso, a fine agosto sarà la volta del rombo, che io metto in forno con patate, olio e rosmarino (l’ho fatto servire così anche al nostro matrimonio).

La seconda ragione per cui il disbrigo delle reti è interessante (più per Giulia che per me) è questa: i pesci troppo piccoli per essere venduti vengono gettati in pasto ad una colonia di gabbiani che conosce bene gli orari dei pescatori e ogni mattina aspetta inquieta. I pescatori lasciano prendere i pesciolini ai bambini perché li diano loro ai gabbiani, cosa che rende tutti molto felici.

colazione gabbiani.jpg

Su Instagram stamattina ho pubblicato proprio due foto relative a questo momento della nostra giornata. Mentre vedevo tirar fuori dalle reti un grosso granchio, pensando ai polposi crostacei che si mangiano su una sponda e sull’altra dell’Atlantico, mi è venuto in mente che oggi gli Stati Uniti celebrano la loro festa nazionale.

L’estate di undici anni fa , con una borsa di studio dell’Università di Parma partivo per un’esperienza negli States che rimarrà per sempre tra i miei ricordi di viaggio più belli.

Sono partita insieme ad altri tre studenti di altre facoltà della mia università, vincitori come me della borsa di studio: un economo, un giovanissimo studente di ingegneria pugliese, generosissimo cuoco che a suon di home baked pizza ci ha permesso di non sentire troppo la nostalgia dei sapori di casa e una biologa mia omonima. Avevamo deciso di allungare l’esperienza americana partendo prima e tornando dopo l’inizio e la fine del corso che avremmo dovuto frequentare.

Dopo adeguati preparativi, il viaggio era stato sapientemente arricchito secondo questo programma: arrivo a New York ed esplorazione della città. Volo interno per Chicago dove saremmo andati a trovare la mia amica Francesca, italiana che lavorava negli States. Volo interno per Las Vegas, noleggio macchina per un breve (distanze americane) viaggio che ci avrebbe portato alla scoperta del Grand Canyon National Park e che aveva la nostra meta ufficiale, Los Angeles, come arrivo. Volo di rientro prenotato da San Francisco dove, ospiti di un’altra mia amica, americana in questo caso, la deliziosa Katie, avremmo respirato gli ultimo giorni di vita americana prima del rientro in Italia. Partenza a fine giugno, ritorno a fine agosto.

Eravamo a Chicago i primi giorni di luglio. La città è meravigliosa e se avete in programma un viaggio negli USA includetela senza ripensamenti tra le vostre mete. Con la insostituibile guida di Francesca e delle sue amiche l’abbiamo indagata senza sosta, dalle spiagge cittadine del lago Michigan all’altissimo belvedere della Sears (oggi Willis) Tower, dall’enorme e meraviglioso acquario all’Art Institute con la sua preziosa collezione.

Il 4 luglio eravamo lì. Abbiamo passato il pomeriggio in spiaggia, tra sole e musica, per poi trasferirci al vicino Millenium Park per assistere ad un concerto di Moby.

Calata la sera, al Navy Pier si poteva assistere allo spettacolo straordinario dei fuochi d’artificio che raddoppiano nel lago, mentre una banda della Marina militare eseguiva l’inno americano ed altre musiche patriotiche.

chicago fireworks.jpg

La città era in festa, la Nazione (cioè l’insieme dei singoli Stati) era in festa; nei giardini si grigliava; negli abiti, sulle case, ovunque trionfavano i colori della bandiera amercana, e si respirava un’atmosfera di gioia condivisa e unificatrice di un Paese che certo ha infinite fratture e problemi sociali cronici, ma che per un giorno, anche soltanto uno, sa essere  veramente unito.

Ho sentito fortissimamente la mancanza di una giornata così sentita in Italia, dove le feste nazionali sono sempre e solo di una parte, non c’è ricorrenza che tenga, e il massimo dell’unisono di intenti si raggiunge per le partite di calcio della Nazionale (forse è anche l’unica occasione alla quale gli italiani collegano l’inno di Mameli, e questo la dice lunga su molte cose).

Buon 4 luglio a chi festeggia oggi. Io ricorderò sempre con piacere quell’estate americana,  il calore e i colori di quella festa nazionale.

Rimedio alla mancanza di foto mie, che non ho qui, con un’immagine dei fuochi del 4 luglio a Chicago, tratta da Pinterest.

Un matrimonio andaluso da cui prendere ispirazione

Sarebbe noioso l’elenco delle ragioni, per altro facilmente intuibili, che hanno causato la mia assenza dal blog. Forse nelle prossime settimane avrò un po’ di tempo, e intanto, in ogni caso, ecco un nuovo post.

Ho salvato tempo fa le foto di questo matrimonio: mi aveva colpito innanzitutto una foto trovata su Instagram dell’abito della sposa, inquadrato dall’alto e da dietro, sontuoso come pochi, con una caduta degna di un’incoronazione. Poi come dicevo il tempo passa, magari avrete già visto queste immagini ma ci tengo a pubblicarle comunque perché uno dei fili conduttori di queste nozze è l’ulivo, elemento che nei matrimoni trovo sempre elegante e piacevolmente mediterraneo (ne avevo già parlato qui).

Due antefatti per capire meglio: gli sposi sono Charlotte Wellesley, figlia del Duca di Wellington, e Alejandro Santo Domingo, magnate cubano erede di un impero economico non indifferente. I due rampolli hanno unito i loro destini circa un mese fa, a Illora, in Andalusia, tra Granada e Cordova, in una Spagna che più Spagna non si può e dove il padre della sposa può vantare un altro titolo di Duca e una proprietà nella quale si è svolto il party nuziale.

Blasonata lei, straricco lui, insomma non un matrimonio qualsiasi, e basta citare un paio di invitati per rendersene conto: il Re emerito di Spagna Juan Carlos e la Duchessa di Cornovaglia Camilla (vestita con un abito dall’aria flamenca molto adatto al sud della Spagna, ma bianco, il che mi stupisce parecchio).

Ma gli spunti da copiare con un budget certamente inferiore sono più di uno.

Partiamo subito dalla foto mozzafiato dell’abito di Charlotte, quella dalla quale hanno preso il via le mie ricerche iconografiche sul matrimonio e alla quale dobbiamo quindi questo articolo.

wellington abito dietro e testimone

La grandiosità dell’abito, che mi ha incantata, risiede proprio nel suo strascico ricco e pesante, con un che di medievale, mentre è estremamente semplice visto frontalmente, se non fosse sempre per la caduta impeccabile della gonna.

34C5B56800000578-3617042-image-a-11_1464653426119

Un aspetto sul quale riflettere nella scelta dell’abito da sposa è sicuramente questo: gli invitati, per tutto il tempo della cerimonia, vi osserveranno da dietro. Via libera quindi ad abiti con strascichi importanti per chi sceglie una cerimonia religiosa tradizionale, non solo perché le navate delle nostre chiese sono spazi adatti a srotolare lunghezze inedite, ma perché in molti casi le persone si ricorderanno soprattutto della parte posteriore del vostro abito.

Avete paura che lo strascico si riveli ingombrante per il resto della giornata? Concordate con l’atelier la possibilità di staccarlo dall’abito. Non è detto che poi non decidiate di tenere l’abito nella versione “importante” per tutta la durata dei festeggiamenti, del resto non capita tutti i giorni di poter indossare meraviglie di questo tipo (avete mai visto un pavone candido? immaginatelo senza coda… il risultato cambia parecchio).

Ma torniamo al nostro matrimonio andaluso. Prima di passare ai dettagli decorativi, c’è un altro aspetto da copiare nell’abito di Charlotte Wellesley, realizzato dalla couturier londinese Emilia Wickstead: il velo, particolarissimo, è in tulle ricamato con pois che da molto radi all’attaccatura sul capo della sposa, si fanno sempre più fitti scendendo verso il basso.

L’effetto si vede già nella prima foto, e forse ancora meglio in questa

velo wellington

o anche in questa con il velo fatto volare dal vento prima dell’ingresso in chiesa.

wellington

Torniamo al discorso dei rami d’ulivo, presenti con le loro foglie lanceolate nel bouquet della sposa

wellington bouquet

come nella grafica del matrimonio

wellington partecipazioni

(vediamo rispettivamente gli inviti e i libretti per la cerimonia)

wellington libretto chiesa

Il verde oliva è anche il colore scelto dalla sposa per finire gli abiti di  paggetti e damigelle, d’ulivo incoronate. Da notare le scarpe espadrillas, autentica concessione alla comodità dei bambini e allo spitito spagnolo della festa.

wellington paggetti

Il verde oliva torna anche in altre scarpe, quella della sposa, a sorpresa, e nell’abito della damigella d’onore o testimone della sposa, quella che in Spagna chiamano “madrina”. Nell’ingrandimento qui sotto trovate entrambi.

wellington scarpe e abito testimone

L’abito della madrina si vede meglio nella primissima immagine: dalla linea pulita ed elegante, nei colori caldi che richiamano la pietra della cattadrale di Illora e il paesaggio circostante, è lavorato a broccato con richiami verde oliva, fil rouge cromatico degli abiti.

Peccato non trovare un po’ di verde sullo sposo, ma già è miliardario e mi sembra sufficiente.

Di verde invece, anche se di un’altra nuance che direi sullo smeraldo, era vestita la sposa al la festa pre-wedding, la sera prima del gran giorno. La festa si è svolta nei giardini dell’Alhambra di Granada, un luogo talmente magico che per me è stato il colpo di grazia: questo matrimonio s’aveva da bloggare.

wellington pre wedding party

L’immagine, tratta di Instagram, non è nitidissima ma rende bene l’idea dell’omaggio fatto dalla giovane all’Andalusia: l’abito ricorda molto quello delle ballerine di flamenco, per lunghezze, balze, movimento, così come l’acconciatura con i capelli raccolti in uno chignon basso e gli orecchini.

Se il matrimonio vi intriga, trovate molte immagini su Instagram scattate da fornitori e invitati con l’hashtag #charlejandro, nato dall’unione dei nomi degli sposi, che chissà perché prevedevano ovunque prima il nome della sposa.

Io continuerò a sognare del profumo di una notte di fine maggio, di musica e danze e una festa indimenticabile all’Alhambra… Questo dettaglio potranno permetterselo in pochi, ma i sogni per fortuna sono di tutti.

(fonte immagini: web)

Due piatti da Delft

Appena prima di Pasqua sono incappata in alcune caramiche olandesi di Delft, oggetti che desideravo da tempo, ho acquistato due piatti e quasi subito ho iniziato a imbastire l’articolo. Dovevo rileggerlo e concluderlo ma eccolo qui esattamente com’era più di un mese fa. 

Mi dispiace trascurare il blog ma ultimamente va così; ho pochissimo tempo per tutto e ovviamente rispetto ad altre attività prioritarie (famiglia, lavoro, varie ed eventuali)i miei post passano in secondo piano.

Da tempo cercavo qualche pezzo decorato nella cittadina olandese famosa proprio per le sue ceramiche bianche e blu, che furono prodotte in Olanda a partire dal XVI secolo ad imitazione delle porcellane importate dalla Cina, ma ad un prezzo più conveniente, ed ebbero un grandissimo successo.

A dire la verità avevo programmato per l’estate del primo anno di mai figlia (cioè ormai due anni fa) un viaggio in Olanda che aveva lo scopo non dichiarato ma preciso ma fare incetta di bulbi che immaginavo dare vita a tulipani meravigliosi e di ceramiche di Delft. Poi le cose sono state più complicate del previsto, o mio marito forse aveva intuito lo scopo occulto del nostro viaggio e non se l’è sentita, comunque ho passato l’estate al mare e non posso certo lamentarmi.

Quando appena prima di Pasqua ho visto dei bellissimi piatti con i mulini a vento da una delle mie spacciatrici di ceramiche (ha un banco al mercato in Piazza San Prospero a Reggio Emilia al giovedì, e so che è sempre presente anche ai mercatini dell’antiquariato di Modena), non ho saputo resistere.

Ecco il bottino. Il primo piatto ha come protagonista del paesaggio, sulla destra, un immancabile mulino a vento sovrastante alcune case dalla facciata con il classico profilo olandese, mentre a sinistra, su un corso d’acqua, passano due barche a vela. Sullo sfondo troviamo alberi e un altro mulino, mentre in primissimo piano due figure stanno parlando poco distanti dalle case.

DSC_0172

Di questo piatto mi ha affascinao molto anche la bordura, con fiori e motivi decorativi molto raffinati, di cui vi propongoun dettaglio floreale.

DSC_0184

Ecco un ingrandimento del mulino e del gruppo di case.Come si vede da questo particolare, anche se non prefettamente a fuoco, il disegno del piatto è molto dettagliato, preciso e ricco.

DSC_0186

Il marchio è stato utilizzato a partire dal 1834, fino a tempi più recenti, come ho scoperto su questo sito olandese con la datazioni delle ceramiche di Delft (sito in olandese… ma le immagini e i numeri si campiscono :)).

DSC_0174

Il secondo piatto è questo. Leggermente più grande del primo, rappresenta ancora uno dei soggetti più classici della maiolica di Delft: un paesaggio della campagna olandese, con gli immancabili elementi caratterizzanti: il mulino a vento, le imbarcazioni che scivolano pigramente sui canali, le case e la coppia di contadini.

DSC_0178

Ecco il marchio del piatto, prodotto dalla  Boch per la Royal Sphinx di Delft, dettaglio che lo colloca tra il 1841 e il 1979.

 

DSC_0182

il marchio nella mia foto è piuttosto sfocato e lo ripropongo in un’immagine tratta da internet.made for royal sphinx by boch belgium

Delft è anche la città in cui si svolge un bel romanzo storico, letto molti anni fa ma ancora vivo nella mia memoria per la capacità dell’autrice di ricreare l’interno di una casa borghese nell’Olanda del Seicento, La ragazza dall’orecchino di Perla di Tracy Chevalier.

Leggetelo se vi capita, ne vale la pena.

 

Le porcellane giapponesi per il tè di Angela

 

image

Angela, una lettrice del blog mi ha mandato circa un mese fa le foto di questo servizio ereditato dalla nonna, molto simile al mio di cui vi avevo parlato in un articolo dell’anno scorso, e nell’articolo successivo dedicato alla tradizione giapponese del tè, scritto dalla mia amica Michela, che ha vissuto in Giappone e che faceva notare come probabilmente questi servizi, per i pezzi che li compongono (lattiera e zuccheriera in particolare) siano stati pensati per l’occidente.

image-3

Angela mi chiede  se ho ulteriori informazioni da darle in merito, ma purtroppo no, e chiedo ancora a voi, se qualcuno avesse notizie più complete e avesse voglia di condividerle qui, noi saremmo felicissime di leggerle.

image-2

Intanto ringrazio Angela per le foto di questo servizio, di per sè molto bello, molto più completo del mio, e proverò a reperire altre informazioni su questi servizi evidentemente abbastanza diffusi nelle credenze delle nostre nonne.

Un anno di Simplicitas blog

Fonte: Pinterest

Un anno fa nasceva questo blog.

Grazie a chi passa per leggere, a chi lascia commenti, a chi ha contribuito con immagini bellissime e matriali unici.

Semplicemente… grazie.

R.