Millefoglie di piatti con zucca

Negli ultimi fine settimana il mio passatempo sta diventando questo: creare sovrapposizioni di piatti secondo un colore, un tema, “e vedere di nascosto l’effetto che fa”, come recitava una vecchia canzone di fama proverbiale uscita dal cilindro di Enzo Jannacci.

Chi passa sul mio Instagram ha già visto tutto, e perdonate la scarsa qualità delle immagini scattate con il telefonino.

La prima stratificazione l’ho provata lo scorso sabato, l’intenzione era dare risalto a un piattino spaiato molto particolare, acquistato a qualche passata edizione del Mercante in Fiera.

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Il piattino in questione fa parte di una serie prodotta dalla Royal Doulton e dedicata ai personaggi dei libri di Charles Dickens; la serie fu chiamata Dickens Ware e può fregiarsi di pezzi molto più belli del mio, che però mi colpì, in una fila di piatti spaiati, con una piccola sbeccatura riparata, il piattino sembrava proprio uno degli sfortunati personaggi dickensiani, ed è tornato a casa con me.

Il personaggio ritratto è Tony Weller del Circolo Pickwick. Il verde del cappotto del personaggio e il filo verde del piattino sono stati la guida per scegliere i piatti sottostanti, molto diversi, anch’essi appartenenti alla mia nutrita accozzaglia di piatti spaiati.

Ieri invece ho voluto esagerare. Punto di partenza, una piccola zucca decorativa gialla. Ispirazione guida: trovare una stratificazione di piatti da usare per apparecchiare la tavola del compleanno di mio marito, che festeggeremo a fine mese.

Volevo abbinare la zucca a colori autunnali: rosso, verde, bruno. Ma poi: la forma della zucca che ben si prestava ad essere accolta in un contenitore che la abbracciasse,invece di farla rotolare; la mia innata predilezione per il blu; il fatto di avere delle meravigliose tazze da consommé uttavia poco sfuttate mi hanno dato il la per un risultato cromatico diverso.

Et voilà, la mia millefoglie di piatti con zucca.

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Da sotto la zucca troviamo: tazza da consommé di Wedgwood, serie Royal Homes of Britain, sotto un piatto fondo rosso di Johnson Brothers, serie Old Britain Castle, sotto ancora un’altro dei miei trovatelli spaiati, un piatto con bordo  decorato con cicogne blu in volo.

L’effetto era già ridondante, ma un placée di questo tipo vuole un sottopiatto – e qui ero già fuori tema “tavola per il compleanno del marito”, perché non possiedo sottopiatti.

Ho utilizzato un piatto grande, che uso per servire le pietanze a tavola, comprato in Portogallo, che magari ne avessi di più, ma trasportarli in aereo non era possibile e non riesco a trovare su internet tracce della casa produttrice per ordinarne altri.

La mia millefoglie mi piaceva molto, e ho deciso di abbinare le posate, anch’esse rigorosamente spaiate, un piattino per il pane (questo è gallese, e, ahimè, da solo) e tutto il resto.

Per il bicchiere dell’acqua ho scelto un bicchiere basso, bianco, effetto vetro soffiato. Ho messo un calice da vino e un calice piccolo da liquore che è così démodé da piacermi un sacco. Ho aggiunto una bottiglia in cristallo lavorato comprata ad un prezzo irrisorio da un rigattiere (nella foto si vede solo il fondo, ma ve la farò vedere meglio in altre occasioni) e una caraffa piccola decorata con foglie accartocciate, autunnali, che era di mia nonna.

L’ultimo tocco è stato il tovagliolo di lino rosso, per fare compagnia al piatto dello stesso colore.

Questa prova era così di prova che non mi sono nemmeno appoggiata sul tavolo ma su un mobile della sala, anche perché non mi dispiaceva l’effetto legno sotto alle stoviglie.

Non potrò apparecchiare così per il compleanno di Giacomo perché ci sono troppi pezzi unici, ma ci lavorerò…

Che ve ne pare?

Tavole al mare

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L’estata è scappata via velocissima, come sempre e più che mai, tra l’incanto dei giorni transcorsi con mia figlia e qualche nota tremendamente nera.

Le cene sul terrazzino della casa al mare in agosto sono state una rarità: quando mio marito era in ferie spesso mangiavamo insieme ai miei suoceri,  sul terrazzo grande, e altrettanto frequentemente siamo usciti a cena con gli amici, complice l’età della nostra piccola che quest’anno ci ha permesso di fare cose (e orari) prima impensabili.

Per la sera di inizio ferie del coniuge però, io e Giulia abbiamo organizzato un piccolo party per festeggiare l’agognato arrivo del papà. Non potevano mancare le cozze, che lui adora, e che gli abbiamo offerto come aperitivo mentre il resto della cena finiva di cucinarsi.

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Quale uso migliore per questo pesce  di ceramica blu dalla forma allungata, ricevuto per il mio compleanno e portato al mare insieme ad altre stoviglie marine, perché ormai si è sparsa la voce che mi piacciano queste cose – per la disperazione di mio marito che crede da anni di aver finito lo spazio per riporle.

Il resto della tavola poi è stato apparecchiato con facilità e con i miei amati piatti a forma di pesce di cui ho già parlato qui. Mi piacciono sempre tantissimo e mi spiace poterli usare solo al mare, ma trasportare anche i piatti dalla città al mare e viceversa sarebbe davvero impensabile.

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Quella qui sopra è la tavola di tutti i giorni, con piccole variazioni sul tema.

Forse l’ultima delle tavole dell’estate 2016, certamente l’ultima che ho fotografato,  è stata quella qui sotto: ospiti d’onore noi tre.

Nella prima foto di questo articolo, stessa tavola altra inquadratura, si intravedono in basso a destra anche i festoni di picole lampade bianche e blu che ho trovato in saldo a giugno e purtroppo non ho mai fotografato da accese, al buio: non migliorano di molto la scarsa illuminazione del terrazzo, ma aumentano certamente il fascino delle serate sul terrazzino.

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Ma tornando alla mise en place, ho utilizzato una tovaglia bianca certamente non stirata, arricchendola al centro con  uno strofinaccio da cucina, new entry dell’estate, con il quale è stato amore al primo sguardo.

I piatti verdi sono quelli del mio servizio della casa al mare, i piatti blu, piccoli e grande, altro graditissimo regalo di compleanno.

Non potendo trasferire a casa in città le stoviglie marine, mi sono accontentata di questo strofinaccio. L’inverno è lungo da far passare, e il prossimo anno per questioni di lavoro la mia permanenza a Porto San Giorgio si accorcerà di un mese (non mi lamento, per carità!). Vediamo se questi pesci blu mi aiuteranno a sopportare la nostalgia delle mie tavole al mare.

Boston clam chowder. Non di soli spaghetti vive (…) una vongola.

Ritornando con la mente al mio viaggio americano del quale ho parlato nell’ultimo post, e approfittando dell’abbondanza di vongole qui nei paraggi, mi è venuta voglia di provare a cucinare uno dei piatti che mi erano piaciuti di più tra quelli assaggiati negli States: la clam chowder, o zuppa di vongole.

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Due parole sulla nascita di questa zuppa: sembra che l’origine sia da ricercare nelle coste nord occidentali della Francia, tra Bretagna e Normandia (dove per altro ancora oggi le cozze, per esempio, vengono cucinate con il latte). Dà lì la zuppa di vongole avrebbe attraversato il canale della Manica e avrebbe addirittura accompagnato i coloni inglesi oltreoceano. Non è difficile credere che qualcosa di simile dovesse essere veramente preparato sulle navi dei Padri Pellegrini: patate; carne di maiale stagionata, salata e pepata per essere conservata;  pesce; erano ingredienti che non potevano mancare in cambusa.

Così la zuppa di vongole si diffuse nel New England, tanto da essere chiamata ancora oggi New England o Boston (la prima città fondata dai Padri Pellegrini) clam chowder.

Io l’ho mangiata la prima volta a Orange County, in un ristorantino sulla spiaggia a Laguna Beach e poi ancora al Pier 39 di San Francisco, dove viene servita in una pagnotta scavata che fa insieme da piatto e da pane.

L’ho preparata per accogliere mia sorella che è venuta a trovarmi qualche giorno al mare.

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In internet trovate ricette dovunque, io l’ho preparata così, e in due versioni perché mia sorella non può mangiare latte né derivati e non gradisce la cipolla.

Prima versione: Lavare e far spurgare le vongole in acqua salata. Cuocerle coperte, a fuoco vivace, finché non si aprono, in un filo di olio. Bagnare con mezzo bicchiere di vino bianco.

Tagliare delle patate a tocchetti, metterle in padella con un fondo di olio, speck o pancetta  (bacon!) a pezzettini, cipolla di tropea e sedano, e far cuocere lentamente, aggiungendo acqua o brodo vegetale leggero quando si asciugano. Ho cotto gli ingredienti tutti insieme.

Nel frattempo, quando le vongole si saranno aperte, vanno sgusciate tutte (ne ho ttenute alcune non sgusciate per decorare), il liquido rilasciato dai molluschi va filtrato e tenuto da parte.

Quando le patate sono morbide, si aggiunge un po’ di latte o panna liquida (io ho aggiunto il latte), e si frulla tutto. Il mix, che dovrebbe risultare molto denso, va allungato con il liquido delle vongole e all’occorenza con altro brodo vegetale. La zuppa in ogni caso non deve essere liquida ma avere una consistenza cremosa. Aggiungere le vongole e servire.

Seconda versione: identica, ma senza latte né cipolla. La versione con il latte risulta più delicata. Non ho aggiunto sale perché entrambe le versioni non ne avevano bisogno (tra liquido delle vongole e speck il sodio non mancava).

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Ecco il nostro tavolo sul terrazzino, al tramonto. Nei paitti fatti a stella marina ho servito dei crostini di pane da servire con la clam chowder.

A noi è piaciuta, ammesso che le vongole mi piacciono sempre e tantissimo. Voi l’avete mai assaggiata?

Due piatti da Delft

Appena prima di Pasqua sono incappata in alcune caramiche olandesi di Delft, oggetti che desideravo da tempo, ho acquistato due piatti e quasi subito ho iniziato a imbastire l’articolo. Dovevo rileggerlo e concluderlo ma eccolo qui esattamente com’era più di un mese fa. 

Mi dispiace trascurare il blog ma ultimamente va così; ho pochissimo tempo per tutto e ovviamente rispetto ad altre attività prioritarie (famiglia, lavoro, varie ed eventuali)i miei post passano in secondo piano.

Da tempo cercavo qualche pezzo decorato nella cittadina olandese famosa proprio per le sue ceramiche bianche e blu, che furono prodotte in Olanda a partire dal XVI secolo ad imitazione delle porcellane importate dalla Cina, ma ad un prezzo più conveniente, ed ebbero un grandissimo successo.

A dire la verità avevo programmato per l’estate del primo anno di mai figlia (cioè ormai due anni fa) un viaggio in Olanda che aveva lo scopo non dichiarato ma preciso ma fare incetta di bulbi che immaginavo dare vita a tulipani meravigliosi e di ceramiche di Delft. Poi le cose sono state più complicate del previsto, o mio marito forse aveva intuito lo scopo occulto del nostro viaggio e non se l’è sentita, comunque ho passato l’estate al mare e non posso certo lamentarmi.

Quando appena prima di Pasqua ho visto dei bellissimi piatti con i mulini a vento da una delle mie spacciatrici di ceramiche (ha un banco al mercato in Piazza San Prospero a Reggio Emilia al giovedì, e so che è sempre presente anche ai mercatini dell’antiquariato di Modena), non ho saputo resistere.

Ecco il bottino. Il primo piatto ha come protagonista del paesaggio, sulla destra, un immancabile mulino a vento sovrastante alcune case dalla facciata con il classico profilo olandese, mentre a sinistra, su un corso d’acqua, passano due barche a vela. Sullo sfondo troviamo alberi e un altro mulino, mentre in primissimo piano due figure stanno parlando poco distanti dalle case.

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Di questo piatto mi ha affascinao molto anche la bordura, con fiori e motivi decorativi molto raffinati, di cui vi propongoun dettaglio floreale.

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Ecco un ingrandimento del mulino e del gruppo di case.Come si vede da questo particolare, anche se non prefettamente a fuoco, il disegno del piatto è molto dettagliato, preciso e ricco.

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Il marchio è stato utilizzato a partire dal 1834, fino a tempi più recenti, come ho scoperto su questo sito olandese con la datazioni delle ceramiche di Delft (sito in olandese… ma le immagini e i numeri si campiscono :)).

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Il secondo piatto è questo. Leggermente più grande del primo, rappresenta ancora uno dei soggetti più classici della maiolica di Delft: un paesaggio della campagna olandese, con gli immancabili elementi caratterizzanti: il mulino a vento, le imbarcazioni che scivolano pigramente sui canali, le case e la coppia di contadini.

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Ecco il marchio del piatto, prodotto dalla  Boch per la Royal Sphinx di Delft, dettaglio che lo colloca tra il 1841 e il 1979.

 

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il marchio nella mia foto è piuttosto sfocato e lo ripropongo in un’immagine tratta da internet.made for royal sphinx by boch belgium

Delft è anche la città in cui si svolge un bel romanzo storico, letto molti anni fa ma ancora vivo nella mia memoria per la capacità dell’autrice di ricreare l’interno di una casa borghese nell’Olanda del Seicento, La ragazza dall’orecchino di Perla di Tracy Chevalier.

Leggetelo se vi capita, ne vale la pena.

 

Le porcellane giapponesi per il tè di Angela

 

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Angela, una lettrice del blog mi ha mandato circa un mese fa le foto di questo servizio ereditato dalla nonna, molto simile al mio di cui vi avevo parlato in un articolo dell’anno scorso, e nell’articolo successivo dedicato alla tradizione giapponese del tè, scritto dalla mia amica Michela, che ha vissuto in Giappone e che faceva notare come probabilmente questi servizi, per i pezzi che li compongono (lattiera e zuccheriera in particolare) siano stati pensati per l’occidente.

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Angela mi chiede  se ho ulteriori informazioni da darle in merito, ma purtroppo no, e chiedo ancora a voi, se qualcuno avesse notizie più complete e avesse voglia di condividerle qui, noi saremmo felicissime di leggerle.

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Intanto ringrazio Angela per le foto di questo servizio, di per sè molto bello, molto più completo del mio, e proverò a reperire altre informazioni su questi servizi evidentemente abbastanza diffusi nelle credenze delle nostre nonne.

Nuovi arrivati in casa Simplicitas

Un paio di settimane fa sono riuscita a partecipare ai saldi di Chiara di Enjoy Coffee and more – e il fatto di essere stata super impegnata fino all’ultimo secondo me lo ha fatto assaporare ancor di più.

Lo show room di Chiara, però, era affollatissimo e nella ressa non mi sento molto incline agli acquisti, quindi avevo messo nel mio cestino solo alcune posate e tre piattini bianchi e blu.

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Uno di questi (gli atri due sono diversi) è stato postato ieri sera sulla pagina Facebook di Simplicitas: l’ho inaugurato con dell’hummus di ceci fatto alla mia maniera, in fondo alla pagina trovate la ricetta. Si tratta di un classicissimo Spode Italian, che è davvero una decorazione bellissima.

Ma, dicevo, il grande afflusso di appassionate di pottery inglese mi stava un po’ scoraggiando quando ho visto, tra le tazzine spaiate, due tazze e due piattini diversi fra loro ma accomunati dalla decorazione con frutta e dalla finitura in verde.

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Per il momento sono diventate le tazze da colazione perfette per me e mio marito, e anche queste sono state postate stamattina sul profilo Instagram di questo blog. Le tazze hanno una forma particolare che mi ha colpito subito, nella foto non è ben visibile ma pur avendo un bordo circolare hanno la coppa sfaccettata. Anche i colori sono molto vivaci dal vivo: per quanto sicuramente recenti queste tazze e piattini mi hanno davvero colpita.

Sui piattini è riportato questo marchio

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mentre le tazze sono marchiate semplicemente “Made in England”.

Mentre ero in fila alla cassa non pienamente soddisfatta dei pochi acquisti fatti, ho notato una ragazza con i capelli rossi che stava passando in rassegna dei piatti in una selezione super scontata: ogni pezzo a un euro. La ragazza aveva in mano dei piatti con le peonie, Anche questi di recente fattura ma con colori brillanti, e proprio con il mio fiore preferito. Lei ne aveva in mano due, nella sezione dei pezzi ad un solo euro ne aveva lasciati altri quattro, che ho preso. Ho soppesato per qualche istante l’acquisto di due piatti decorati in oro, ma poi li ho lasciati. Alla ragazza quei piatti in bianco e oro sono piaciuti più delle peonie, e mi ha lasciato gli altri due piatti per fare il servizio da sei.

Tra l’altro la ragazza, veramente giovane, era accompagnata da sua sorella, e dopo aver scelto qualche oggetto per loro, ha pensato di prendere qualcosa per la mamma rimasta a casa, un gesto che mi ha quasi commossa.

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Ecco qui uno dei piatti. Solo una volta arrivata a casa mi sono accorta che uno di questi aveva una decorazione leggermente diversa: riporta infatti solo una parte del disegno degli altri cinque.

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In ogni caso i piatti mi piacciono molto, sono perfetti per un piatto unico, o possono essere abbinati ad altri piatti semplicemente bianchi.

Vi lascio con la ricetta dell’hummus di ceci come lo faccio io. La mia versione, ormai consolidata dopo aver sperimentato parecchie varianti, è ben lontana dall’originale con la quale forse  ormai ha in comune solo il fatto di essere una crema di ceci.

Hummus di ceci alla mia maniera

Ingredienti: ceci secchi (quantità secondo necessità), olive taggiasche denocciolate (un cucchiaio per 250 g. di ceci cotti), capperi dissalati  o sotto aceto (un cucchiaino per 250 g. di ceci cotti), un limone (un cucchiaio di succo per 250 g. di ceci cotti), un cipollotto, olio extra vergine d’oliva, sale, pepe.

Mettere a bagno i ceci il giorno prima. Far appassire il cipollotto in una padella con poco olio, poi aggiungere i ceci, acqua, e far cuocere per 40 minuti. Eliminare il liquido di cottura e mettere i ceci con il cipollotto nel mixer, insieme al succo di limone, alle olive taggiasche e ai capperi, sale e pepe. Frullare aggiungendo l’olio fino a che l’hummus raggiunga una consistenza cremosa ma compatta. Servire con crostini di pane su cui spalmare la crema.

Ovviamente è possibile utilizzare ceci già lessati.

Aspetto i vostri commenti!

Servizi segreti e tazze da consommè

Quasi un anno fa, diciamo verso la fine dell’inverno scorso, dopo aver trovato ad un prezo stracciato dei bellissimi piatti inglesi bianchi e blu, che sognavo da tempo (potete leggere la storia completa qui), ho cercato in internet i piatti piani corrispondenti.

Seguendo le dirtte dell’esperta Donna Bianca padrona di casa di questo blog, sono approdata su eBay.de, la versione tedesca del noto sito, e ho trovato un lotto che comprendeva proprio sei piatti piani della produzione Royal Homes of Britain, di Enoch Wedgwood, un’insalatiera e, udite udite, tre tazze da consommè, altro sogno che covavo da tempo (ne ho scritto a proposito, o sproposito, qui).

Il prezzo, se non conveniente, era quantomeno interessante, e dopo qualche giorno di indecisione ho ceduto, decidendo da subito due condizioni attenuanti dell’ennesiomo acquisto di pottery: per un po’ non avrei ceduto alla tentazione di cercare altri pezzi dello stesso servizio, né di altri; avrei aspettato fino al successivo Natale per aprire il pacco, senza parlarne a nessuno.

Una volta arrivato il pacco, l’ho aperto subito per verificare che non ci fossero errori o pezzi rotti: all’interno tutto era stato imballato con teutonica meticolosità, ed ogni pezzo era integro e bellissimo. Soprattutto le “suppentasse”, solo tre, è vero, ma perfette per le cenette della nostra piccola famiglia. Ho poi richiuso tutto, sistemato il grosso pacco in cantina, aspettato tantissimo tempo, e la sera di Santa Lucia ho portato sotto l’albero il mio dono, reso ancora più speciale dopo la lunga attesa.

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Questa è la foto che ho pubblicato sulla pagina Facebook del blog, che mostrava il cartone svuotato del suo prezioso contenuto ma ancora pieno di tutti gli imballaggi.

Mio marito è rimasto perplesso, e solo dopo le necessarie rassicurazioni del tipo : “So già dove metterli”, è riuscito ad apprezzare la mia attesa paziente, fatto davvero eccezionale per chi scrive.

Comunque, la sera di Capodanno ho deciso di inaugurare i nuovi arrivati nella versione “per tre”.

Eravamo solo noi, dopo i bagordi della sera prima (compio gli anni il 30 dicembre e negli ultimi anni sto sempre invitando un po’ di amici a cena da noi per festeggiare), e le tazze da consommè sono state destinate non ad una zuppa bensì ad accogliere le tradizionali lenticchie.

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Le foto sono un po’ buie, ma volevo rendere l’effetto soffuso della serata.

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Questo è il posto della piccola Giulia, senza coltello e con posate preziose ma ridimensionate, e stessa cosa per i bicchieri: un piccolo bicchiere da amaro e un calice da liquore per le “bollicine”, l’acqua frizzante che le abbiamo dato per il nostro brindisi, semplicemente anticipato al momento del dolce.

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Con questa tavola di fine 2015 scrivo il primo articolo del 2016.

Nel frattempo anche la prima condizione dettata al momento dell’acquisto è stata soddisfatta e non ho comprato altre cose, ma chissà, forse Santa Lucia si accorgerà di quanto sono stata brava e mi farà trovare qualcos’altro sotto l’albero…

 

Ispirazioni natalizie

Arrivo un po’ lunga con i consigli per il Natale, ma in ogni caso eccoci qui.

Chi segue le mie bacheche Pinterest dedicate alla tavola di Natale e all’inverno ha già visto tutto, ho collezionato queste immagini già da un po’ di tempo, diciamo da inizio Novembre almeno, in vista delle feste ormai imminenti.

Partiamo da una bellissima idea per i nostri pacchi regalo. Come vi paiono travestiti da renna? A me sono piaciuti molto, e conto di incartare così almeno per i regali dei più piccoli.

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Passiamo alla tavola. Vi ricordate il matrimonio che aveva il legno come tema decorativo? Per Natale mi piacerebbe molto utilizzare delle sezioni di tronco come sottopiatti. Fanno un po’ tavola country, ma scaldano subito l’atmosfera.

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Un’alternativa è lavola in bianco e oro. L’oro è un colore che diffcilmente, passato il momento delle feste natalizie e di fine anno, ci si può concedere. Eppure, se non mescolato a troppi altri colori, regala un effetto finale raffinato, prezioso e certamente festaiolo.

Non penso a niente di troppo opulento, ma ad una soluzione essenziale e non ridondante, come quella qui sotto.

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Un po’ di glitter dorato, o piccole stelline, lasciati cadere sulla tovaglia aggiungeranno magia, soprattutto se si tratta di una cena.

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Se pensate ad una cena della vigilia in bianco e oro, potete osare una tovaglia in tartan per il pranzo del 25. A me l’effetto piace tantissimo. Una volta ho provato ad apparecchiare utilizzando un plaid ma mio marito aveva bocciato la mise. Eppure sono convinta che la strada non sia sbagliata, voglio sperimentare ancora un po’.

Chi segue il gruppo di Facebook che ho nominato nell’ultimo articolo, avrà visto, fra tante tavole meravigliose, che con il tartan si possono ottenere ottimi risultati. Forse è meglio acquistare il tartan al metraggio piuttosto che utilizzare un plaid vero e proprio, come avevo fatto io. Vi farò sapere se riuscirò a trovare un escamotage convincente.

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Guardate che bello questo servizio da tè natalizio, o quantomeno invernale, nei più classici degli abbinamenti cromatici, bianco, verde e rosso.

Come accompagnare questo tè? Con biscotti a tema, ovviamente: piccoli alberi di Natale.

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O per chi è più abile a modellare il fondente di zucchero, porte con tanto di ghirlande decorative.

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Se poi volete creare una vera ghirlanda dolce, di biscotti fatti a stella, da appendere alla porta di casa, ma anche da usare come centro tavola, sbirciate su Sale & Pepe questa ricetta.

Io non ho la preoccupazione dell’organnizzare il pranzo di Natale o la cena della vigilia,  ma qualche cena in compagnia per le feste si fa comunque volentieri. E ho una nuova tovaglia, molto festaiola, di fiandra rosso intenso, da inaugurare. Ci sono idee per questa tovaglia nuova?

E i vostri preparativi per il Natale come procedono?

Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di blu

Non lasciatevi ingannare dal titolo, non è un post sui matrimoni (ma presto, prometto, torneranno anche quelli).

Sono stata lontana dal blog per un periodo che mi è sembrato lunghissimo, non per mancanza di interesse ma per mancanza di tempo, e sono certa che per la maggior parte di voi non sarà difficile crederlo: tra lavoro, impegni familiari e attività quotidiane programmate e straordinarie, ultimamente arrivo a sera esausta.

Volevo condividere con voi un po’ di immagini di porcellane finite sulla mia tavola, ultimamente, alcune sono new entry, altre vecchi ricordi, e da qui il titolo.

Iniziamo da questa salsiera fatta ad anatra, che era di mia nonna e a me è sempre piaciuta tantissimo. A dir la verità non ricordo di verla vista spesso sulla sua tavola, ma era nella credenza e a me piaceva sbirciarci dentro: mi ricordo l’odore della sua credenza, un misto di legno, tovaglie inamidate e liquore alla ciliegia…

Ho lasciato per anni questa salsiera in cantina dai miei, con le altre cose della vetrinetta e della credenza di mia nonna che ho tenuto, e qualche tempo fa l’ho portata a casa, pensando che osse perfetta per una tavola d’autunno.

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Io la utilizzo per il sugo dell’arrosto, ma anche per chi voglia aggiungere condimenti extra ai primi. Ma sto meditando di amplaire l’utilizzo anche a creme e marmellate per arricchire una buona fetta di torta, servita magari in piattini dai colori autunnali.

Un altro pezzo che volevo farvi vedere è infatti questo piatto acquistato insieme ad altri piattini da dolce tutti spaiati, che sulla tavola insieme sono bellissimi, la prossima volta devo essere veloce a fotografarli prima che vengano riempiti.

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Il piatto è della linea Devon Fruit, di Ridgway. Mi piace molto e cercherò di mettere insieme qualche altro pezzo di questo servizio, con colori e frutti autunnali.

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Vorrei fare la stessa cosa con questo piattino. Tempo fa, su un blog interessante e ricco di stimoli, ero incappata in un piatto della linea Regency di Mason, e mi sono innamorata di questa decorazione. Sto cercando da tempo di mettere insieme qualche pezzo di questo servizio, ma in giro non si trova quasi niente, e i prezzi anche su Ebay non sono abbordabilissimi.

Chiudo con altre due immagini: vi ricordate questa tazza? Ve ne avevo parlato qui, l’avevo acquistata insieme ad un piattino ben abbinato ma non suo, e quest’estate ho trovato il suo piatto! Adesso mi sembra ancora più bella, voi cosa ne pensate?

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L’ultimo acquisto recente (parte del bottino dell’ultima edizione del Mercante in Fiera) che voglio mostrarvi è questo piattino – ne ho tre uguali.

Mi ripeterò, ma adoro il transferware, il bianco e blu è un grande classico ma mi piacciono le porcellane realizzate con il transferware in tutti i colori. Avevo un pregiudizio contro il transferware in nero, viste in foto mi sembravano troppo scure, tetre. E invece no.

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Quando ho visto al Mercante in Fiera questi piattini (sono 3) me ne sono innamorata. Sono moderni, ma di Wedgwood, e il transferware Wedgwood è il più perfetto che abbia mai visto. I tre piattini sono abbastanza profondi, pensavo di utilizzarli come ciotoline per l’aperitivo, ma nulla vieta di cercare anche per questi piattini le tazze da tè corrispondenti e iniziare una nuova serie.

Spero di riuscire a scrivere con più regolarità nei giorni e nelle settimane prossimi.

E come sempre grazie se passate di qui.

Una bellezza ingiustamente accantonata: la tazza da consommè

Nata con lo scopo preciso di portare in tavola brodi, creme, zuppe, la tazza da consommè è un elemento quasi del tutto assente dalle nostre tavole.

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Le ragioni possono essere almeno due. Ai giorni nostri, vuoi per mancanza di spazi utili per lo stoccaggio di molti pezzi, problema cronico delle sempre più piccole case moderne ,vuoi per un’eccessivo – a mio avviso- appiattimento sul fronte delle apparecchiature, spesso si rinuncia all’acquisto di elementi di uso non troppo comune per quanto riguarda l’arte della tavola.

Inoltre almeno in Italia, dove è forte la tradizione del primo piatto a base di pasta o riso o simili, la tazza da consommè è facilmente sostituibile con il piatto fondo, che accoglie felicemente nella sua parte concava qualsiasi primo sotto qualsiasi forma: pasta ripiena in brodo, spaghetti, lasagne, zuppe di verdure o di cereali.

Nei giorni scorsi un amico mi raccontava di aver ricevuto in dono, come ho anticipato in un post sulla pagina Facebook del blog, un servizio di pregiata porcellana tedesca completo di ogni pezzo per mettere a tavola 24 persone, comprese le tazze da consommè, le tipiche e sempre più rare tazze con due manici votate al servizio di primi piatti liquidi.

Il mio amico – un raro caso di maschio italico appassionato per un’apparecchiatura ben fatta- aggiungeva anche che raramente lui e la sua compagna avrebbero utilizzato queste tazze.

E perché mai, mi sono sentita di chiedere.  Credo che sia veramente elegante servire in queste bellissime tazze una vellutata, un assaggio di tortellini in brodo, una crema di zucca o di funghi o una parmentier, se non una zuppetta di cereali. Giusto un assaggio, la dimensione della tazza non permette molto di più.

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Magari mentre finiamo di spadellare, o di cuocere nel forno, il vero primo, o nel caso in cui decidessimo di servire subito dopo un secondo molto sostanzioso.

Ma non releghiamo le tazze da consommé soltanto al ruolo per cui sono state pensate. Non soltanto un brodo, quindi, o una zuppa: serviteci un risottino, o d’estate un’insalata di farro, o di grano.

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Preparateci un dolce già porzionato: un budino, un tiramisù, una zuppa inglese… a Natale (lo so che ci state già pensando….) alternate avanzi di panettone e crema pasticcera, spolverate con il cacao e il gioco è fatto. Oppure usatele per una macedonia, per servire delle pesche al vino bianco, o per portare in tavola una giardiniera o dei sottaceti (in quest’ultimo caso mettete una tazza ogni due-tre ospiti).

Metteteci le marmellate per servire in maniera chic la colazione della domenica. Metteteci delle piccole composizioni di fiori e usatele come centro tavola.

Ma non lasciatele nella credenza, nè tantomeno in cantina, perché sono troppo carine.

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E, a proposito del servizio regalato ai miei amici, sono riuscita a strappare una promessa insieme ad un invito a pranzo, per poter vedere il servizio e fotografarlo per condividerlo con voi… a presto!

Fonte immagini: web