Tavole al mare

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L’estata è scappata via velocissima, come sempre e più che mai, tra l’incanto dei giorni transcorsi con mia figlia e qualche nota tremendamente nera.

Le cene sul terrazzino della casa al mare in agosto sono state una rarità: quando mio marito era in ferie spesso mangiavamo insieme ai miei suoceri,  sul terrazzo grande, e altrettanto frequentemente siamo usciti a cena con gli amici, complice l’età della nostra piccola che quest’anno ci ha permesso di fare cose (e orari) prima impensabili.

Per la sera di inizio ferie del coniuge però, io e Giulia abbiamo organizzato un piccolo party per festeggiare l’agognato arrivo del papà. Non potevano mancare le cozze, che lui adora, e che gli abbiamo offerto come aperitivo mentre il resto della cena finiva di cucinarsi.

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Quale uso migliore per questo pesce  di ceramica blu dalla forma allungata, ricevuto per il mio compleanno e portato al mare insieme ad altre stoviglie marine, perché ormai si è sparsa la voce che mi piacciano queste cose – per la disperazione di mio marito che crede da anni di aver finito lo spazio per riporle.

Il resto della tavola poi è stato apparecchiato con facilità e con i miei amati piatti a forma di pesce di cui ho già parlato qui. Mi piacciono sempre tantissimo e mi spiace poterli usare solo al mare, ma trasportare anche i piatti dalla città al mare e viceversa sarebbe davvero impensabile.

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Quella qui sopra è la tavola di tutti i giorni, con piccole variazioni sul tema.

Forse l’ultima delle tavole dell’estate 2016, certamente l’ultima che ho fotografato,  è stata quella qui sotto: ospiti d’onore noi tre.

Nella prima foto di questo articolo, stessa tavola altra inquadratura, si intravedono in basso a destra anche i festoni di picole lampade bianche e blu che ho trovato in saldo a giugno e purtroppo non ho mai fotografato da accese, al buio: non migliorano di molto la scarsa illuminazione del terrazzo, ma aumentano certamente il fascino delle serate sul terrazzino.

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Ma tornando alla mise en place, ho utilizzato una tovaglia bianca certamente non stirata, arricchendola al centro con  uno strofinaccio da cucina, new entry dell’estate, con il quale è stato amore al primo sguardo.

I piatti verdi sono quelli del mio servizio della casa al mare, i piatti blu, piccoli e grande, altro graditissimo regalo di compleanno.

Non potendo trasferire a casa in città le stoviglie marine, mi sono accontentata di questo strofinaccio. L’inverno è lungo da far passare, e il prossimo anno per questioni di lavoro la mia permanenza a Porto San Giorgio si accorcerà di un mese (non mi lamento, per carità!). Vediamo se questi pesci blu mi aiuteranno a sopportare la nostalgia delle mie tavole al mare.

Boston clam chowder. Non di soli spaghetti vive (…) una vongola.

Ritornando con la mente al mio viaggio americano del quale ho parlato nell’ultimo post, e approfittando dell’abbondanza di vongole qui nei paraggi, mi è venuta voglia di provare a cucinare uno dei piatti che mi erano piaciuti di più tra quelli assaggiati negli States: la clam chowder, o zuppa di vongole.

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Due parole sulla nascita di questa zuppa: sembra che l’origine sia da ricercare nelle coste nord occidentali della Francia, tra Bretagna e Normandia (dove per altro ancora oggi le cozze, per esempio, vengono cucinate con il latte). Dà lì la zuppa di vongole avrebbe attraversato il canale della Manica e avrebbe addirittura accompagnato i coloni inglesi oltreoceano. Non è difficile credere che qualcosa di simile dovesse essere veramente preparato sulle navi dei Padri Pellegrini: patate; carne di maiale stagionata, salata e pepata per essere conservata;  pesce; erano ingredienti che non potevano mancare in cambusa.

Così la zuppa di vongole si diffuse nel New England, tanto da essere chiamata ancora oggi New England o Boston (la prima città fondata dai Padri Pellegrini) clam chowder.

Io l’ho mangiata la prima volta a Orange County, in un ristorantino sulla spiaggia a Laguna Beach e poi ancora al Pier 39 di San Francisco, dove viene servita in una pagnotta scavata che fa insieme da piatto e da pane.

L’ho preparata per accogliere mia sorella che è venuta a trovarmi qualche giorno al mare.

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In internet trovate ricette dovunque, io l’ho preparata così, e in due versioni perché mia sorella non può mangiare latte né derivati e non gradisce la cipolla.

Prima versione: Lavare e far spurgare le vongole in acqua salata. Cuocerle coperte, a fuoco vivace, finché non si aprono, in un filo di olio. Bagnare con mezzo bicchiere di vino bianco.

Tagliare delle patate a tocchetti, metterle in padella con un fondo di olio, speck o pancetta  (bacon!) a pezzettini, cipolla di tropea e sedano, e far cuocere lentamente, aggiungendo acqua o brodo vegetale leggero quando si asciugano. Ho cotto gli ingredienti tutti insieme.

Nel frattempo, quando le vongole si saranno aperte, vanno sgusciate tutte (ne ho ttenute alcune non sgusciate per decorare), il liquido rilasciato dai molluschi va filtrato e tenuto da parte.

Quando le patate sono morbide, si aggiunge un po’ di latte o panna liquida (io ho aggiunto il latte), e si frulla tutto. Il mix, che dovrebbe risultare molto denso, va allungato con il liquido delle vongole e all’occorenza con altro brodo vegetale. La zuppa in ogni caso non deve essere liquida ma avere una consistenza cremosa. Aggiungere le vongole e servire.

Seconda versione: identica, ma senza latte né cipolla. La versione con il latte risulta più delicata. Non ho aggiunto sale perché entrambe le versioni non ne avevano bisogno (tra liquido delle vongole e speck il sodio non mancava).

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Ecco il nostro tavolo sul terrazzino, al tramonto. Nei paitti fatti a stella marina ho servito dei crostini di pane da servire con la clam chowder.

A noi è piaciuta, ammesso che le vongole mi piacciono sempre e tantissimo. Voi l’avete mai assaggiata?

4 luglio e ricordi di un’estate americana

Al mattino qui al mare, quando non c’è mio marito a rivoluzionare piacevolmente le nostre giornate, io e Giulia siamo molto mattiniere: è lei a svegliarmi intorno alle sette, e dopo una colazione sul terrazzino ci infiliamo i costumi e via in spiaggia. Al mattino presto ci sono, proprio di fronte a casa nostra, i pescatori che puliscono le reti appena ritirate dal mare.

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Per noi è una grande gioia intanto perché possiamo rifornirci di pesce freschissimo e di stagione semplicemente attraversando la strada, scoprendo anche la naturale stagionalità dei pesci, aspetto per me sconosciuto finché non ho iniziato a passare qui le estati in pianta stabile. Così ho imparato che a giugno abbondano le seppie, in luglio si pescano molte sogliole a meno che di notte non passino i delfini che ne vanno ghiotti, per tutta l’estate si trovano le cicale di mare (qui le chiamano panocchie, canocchie altrove) perfette da buttare in padella con il pomodoro fresco per un sugo rapidissimo e delizioso, a fine agosto sarà la volta del rombo, che io metto in forno con patate, olio e rosmarino (l’ho fatto servire così anche al nostro matrimonio).

La seconda ragione per cui il disbrigo delle reti è interessante (più per Giulia che per me) è questa: i pesci troppo piccoli per essere venduti vengono gettati in pasto ad una colonia di gabbiani che conosce bene gli orari dei pescatori e ogni mattina aspetta inquieta. I pescatori lasciano prendere i pesciolini ai bambini perché li diano loro ai gabbiani, cosa che rende tutti molto felici.

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Su Instagram stamattina ho pubblicato proprio due foto relative a questo momento della nostra giornata. Mentre vedevo tirar fuori dalle reti un grosso granchio, pensando ai polposi crostacei che si mangiano su una sponda e sull’altra dell’Atlantico, mi è venuto in mente che oggi gli Stati Uniti celebrano la loro festa nazionale.

L’estate di undici anni fa , con una borsa di studio dell’Università di Parma partivo per un’esperienza negli States che rimarrà per sempre tra i miei ricordi di viaggio più belli.

Sono partita insieme ad altri tre studenti di altre facoltà della mia università, vincitori come me della borsa di studio: un economo, un giovanissimo studente di ingegneria pugliese, generosissimo cuoco che a suon di home baked pizza ci ha permesso di non sentire troppo la nostalgia dei sapori di casa e una biologa mia omonima. Avevamo deciso di allungare l’esperienza americana partendo prima e tornando dopo l’inizio e la fine del corso che avremmo dovuto frequentare.

Dopo adeguati preparativi, il viaggio era stato sapientemente arricchito secondo questo programma: arrivo a New York ed esplorazione della città. Volo interno per Chicago dove saremmo andati a trovare la mia amica Francesca, italiana che lavorava negli States. Volo interno per Las Vegas, noleggio macchina per un breve (distanze americane) viaggio che ci avrebbe portato alla scoperta del Grand Canyon National Park e che aveva la nostra meta ufficiale, Los Angeles, come arrivo. Volo di rientro prenotato da San Francisco dove, ospiti di un’altra mia amica, americana in questo caso, la deliziosa Katie, avremmo respirato gli ultimo giorni di vita americana prima del rientro in Italia. Partenza a fine giugno, ritorno a fine agosto.

Eravamo a Chicago i primi giorni di luglio. La città è meravigliosa e se avete in programma un viaggio negli USA includetela senza ripensamenti tra le vostre mete. Con la insostituibile guida di Francesca e delle sue amiche l’abbiamo indagata senza sosta, dalle spiagge cittadine del lago Michigan all’altissimo belvedere della Sears (oggi Willis) Tower, dall’enorme e meraviglioso acquario all’Art Institute con la sua preziosa collezione.

Il 4 luglio eravamo lì. Abbiamo passato il pomeriggio in spiaggia, tra sole e musica, per poi trasferirci al vicino Millenium Park per assistere ad un concerto di Moby.

Calata la sera, al Navy Pier si poteva assistere allo spettacolo straordinario dei fuochi d’artificio che raddoppiano nel lago, mentre una banda della Marina militare eseguiva l’inno americano ed altre musiche patriotiche.

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La città era in festa, la Nazione (cioè l’insieme dei singoli Stati) era in festa; nei giardini si grigliava; negli abiti, sulle case, ovunque trionfavano i colori della bandiera amercana, e si respirava un’atmosfera di gioia condivisa e unificatrice di un Paese che certo ha infinite fratture e problemi sociali cronici, ma che per un giorno, anche soltanto uno, sa essere  veramente unito.

Ho sentito fortissimamente la mancanza di una giornata così sentita in Italia, dove le feste nazionali sono sempre e solo di una parte, non c’è ricorrenza che tenga, e il massimo dell’unisono di intenti si raggiunge per le partite di calcio della Nazionale (forse è anche l’unica occasione alla quale gli italiani collegano l’inno di Mameli, e questo la dice lunga su molte cose).

Buon 4 luglio a chi festeggia oggi. Io ricorderò sempre con piacere quell’estate americana,  il calore e i colori di quella festa nazionale.

Rimedio alla mancanza di foto mie, che non ho qui, con un’immagine dei fuochi del 4 luglio a Chicago, tratta da Pinterest.

Sposi con la corona: Francesca e Dragi

Come promesso da tempo, e ormai alle soglie di San Valentino, torniamo finalmente a parlare di matrimoni con una storia davvero speciale, quella di Francesca e di Dragi.

Anche questa volta devo ringraziare la mia amica fotografa Elena Figoli, che mi ha offerto le foto e mi ha messa in contatto con la sposa perché mi raccontasse tutto il dietro le quinte del suo emozionante matrimonio.

Vi lascio alle parole di Francesca, che si definisce una sposa atipica, poco romantica, ma che con il racconto del suo giorno unico ci lascia respirare molate emozioni: «Io e Dragi ci siamo sposati il 29 agosto 2015 nel duomo di Bobbio. Ci conosciamo fin da bambini, da quando lui è arrivato con la sua famiglia dalla Macedonia, a dieci anni; oggi siamo insieme da undici anni e mezzo e quando ci siamo sposati convivevamo da un anno».
«Abbiamo deciso di sposarci lo scorso febbraio e tutti ci hanno dato dei pazzi, il tempo per i preparativi era troppo poco. Ma noi siamo così, quando decidiamo una cosa vogliamo farla “prima di subito” e così è stato».
Francesca racconta la scelta della chiesa e del ristorante per il ricevimento, come sempre le prime due cose da fissare (le località nominate sono in provincia di Piacenza): «La scelta della chiesa è stata la più semplice, volevamo sposarci a Bobbio e il Duomo è stupendo, quindi… ma anche la data non è stata difficile da stabilire, perchè a entrambi piaceva l’idea di sposarci in estate. Per la scelta della location sapevamo di non volerci allontanare troppo dal luogo della celebrazione, quindi abbiamo deciso di fare il ricevimento al “Divina” a Marsaglia; il posto è bellissimo, elegante ma giovane e non troppo formale, proprio come siamo noi. E poi io sono cresciuta a Marsaglia, quindi mi piaceva l’idea della festa nel luogo in cui ho trascorso la mia infanzia».
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 Ma una volta scelto il marito, ad una sposa rimane un’altra scelta difficile: l’abito.
«La ricerca del vestito non è durata molto (per fortuna), sono prima andata in un grande negozio di abiti da sposi per farmi una prima idea, ma quando sono entrata nell’atelier Donne di moda di Piacenza ho subito capito che avrei trovato quello che cercavo e infatti così è stato, appena ho provato il mio abito ho avuto l’approvazione di mia mamma e delle mie amiche. Non smetterò mai di ringraziare Gianna, la proprietaria, per la sua immensa pazienza e professionalità nel vestire una sposa un po’ atipica come me. Ha cercato in tutti modi di farmi sentire una principessa (in realtà senza riuscirci! io e le principesse viviamo in mondi troppo lontani!)».
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Un aspetto dei matrimoni che mi piace molto è il coinvolgimento degli sposi nella cura dei dettagli, fattore che rende un matrimonio veramente unico e riflesso immediato delle personalità dei suoi protagonisti. Il matrimonio di Francesca e Dragi evidentemente è uno di questi: «Volevamo che il matrimonio fosse “nostro”, che ci rispecchiasse in tutto e per tutto e per questo abbiamo deciso di fare -quasi- tutto noi con l’aiuto dei nostri amici: partecipazioni, menu, libretti per la messa,tableau de mariage, allestimento della location, centrotavola, bomboniere (semplici vasetti in vetro a chiusura ermetica dove ogni invitato poteva scegliere di metterei vari tipi di confetti). Ho chiesto alla mia amica Micaela, bravissima ed esperta di grafica, di realizzarci le partecipazioni e insieme a lei e a Martina, una delle mie testimoni, le abbiamo tutte imbustate e chiuse con il sigillo di ceralacca con le nostre iniziali».
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«Come  tema del matrimonio abbiamo scelto le spezie e questo è stato il filo conduttore. Il giorno prima del matrimonio insieme ai nostri più cari amici siamo andati ad allestire la location: abbiamo realizzato il tableau de mariage, posizionato le tantissime candele per illuminare e delineare il passaggio e allestito i tavoli, ognuno con il nome di una spezia diversa (zenzero, perpe rosa, peperoncino, bacche di ginepro….)».
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E i fiori, questa esplosione di colori estivi, sono stati un’idea della sposa: «Per quanto riguarda i fiori, mi sono affidata a Davide e Daniele di Kadò; desideravo la chiesa colorata, vestita a festa, volevo rendere il duomo meno solenne e più familiare e devo dire che sono stata accontentata alla perfezione: la chiesa era bellissima, non potevo desiderare di meglio! All’ingresso c’era un arazzo di fiori con le nostre iniziali e tanti coni con riso di vario tipo e nella navata centrale composizioni a terra, vasi con dentro diverse spezie, sempre per richiamare il tema della giornata, e candele. Per non parlare poi del mio fantastico bouquet, scrupolosamente consegnato a casa da Daniele insieme ai braccialetti per le damigelle».
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Le foto bellissime, invece, sono state la causa di un fortunato imprevisto: «Mancavano pochi giorni al matrimonio e siamo rimasti senza il fotografo che era stato inizialmente ingaggiato. Subito è stata la disperazione, poi per fortuna abbiamo contattato Elena ed era disponibile!».
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 «Il giorno del matrimonio ero stranamente molto tranquilla, forse perchè avevo la situazione sotto controllo e poi il tempo era stupendo, e caldissimo, proprio come avevo immaginato, invece Dragi era un po’ più nervoso di me. Finalmente era arrivato il momento di prepararmi, a casa mia c’erano mia mamma, le mie testimoni e le mie amiche, nonchè damigelle,  che mi hanno aiutata a vestirmi».
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«Poi sono arivate anche le addette al trucco e parrucco: la bravissima Chiara Cantù per il make up (soddisfattissima del risultato! Si dice che il trucco fa miracoli e lei c’è riuscita!) e la mia fidata parrucchiara Pinuccia per l’acconciatura».
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«Dragi è arrivato in chiesa sul cassone di un’Ape addobbata per l’occasione accompagnato dai suoi testimoni, io, invece, sono arrivata con mio papà a bordo di una fantastica Lancia Aurelia».
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Ed ecco un bellissimo colpo di scena architettato dagli sposi: «La cerimonia è stata bellissima e super personale grazie a Don Paolo, il parroco di Bobbio, insieme a lui abbiamo scelto letture, Vangelo e abbiamo deciso di inserire il rito dell’incoronazione degli sposi; Dragi è di religione ortodossa e per loro l’incoronazione è un momento fondamentale del rito del matrimonio».
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 «Per questo motivo abbiamo deciso di inserire una parte facoltativa (che io non sapevo nemmeno che esistesse!) del rito cattolico per richiamare il rito ortodosso e abbiamo lasciato tutti gli ospiti di stucco».
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«Al termine della funzione siamo andati con Elena e la sua assistente Valeria a scattare qualche foto per i vicoli di Bobbio e sul Ponte Gobbo».
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«Nonostante avessimo deciso praticamente tutto all’ultimo per quanto riguarda le foto (infatti abbiamo anche molto improvvisato), Elena è stata bravissima! Ha saputo metterci a nostro agio e ha capito esattamente il tipo di foto che volevamo».
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 E devo dire che anche questa volta le foto sono bellissime, e traducono perfettamente lo spirito giovane, fresco e sbarazzino di questa coppia.
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Ed eccoci arrivati al rinfresco, anche questo all’insegna dell’indole spensierata di Francesca e Dragi: «Durante la cena i nostri amici non hanno perso occasione di farci scherzi e dopo il taglio della torta ci siamo scatenati: cocktails, musica, anche macedone, e per finire si sono tuffati tutti in piscina! Per fortuna io sono stata risparmiata!».
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«É stata veramente una giornata speciale, stupenda e al di sopra delle aspettative e questo soprattutto grazie ai nostri fantastici amici  e parenti  e a tutti coloro che hanno reso possibile questo giorno» e Francesca ci suggerisce un gesto bellissimo da fare dopo le nozze, ringraziamenti personalizzati per gli invitati: «abbiamo deciso di omaggiare in seguito i nostri invitati di una cartolina (che richiamava lo stile delle partecipazioni) con una foto scattata durante il matrimonio con ognuno di loro e una frase di ringraziamento personalizzata. E’ stato un lavoraccio, ma era il minimo per ringraziarli».
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Grazie Francesca e Dragi, e grazie Elena che con queste foto bellissime ha fatto vivere anche a noi l’atmosfera festosa di questo giorno unico.
Grazie!
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Ricordi d’estate: tavole al mare.

Nell’ultimo periodo sono stata sopraffatta dalla quotidinaità e ho, a malincuore, trascurato parecchio questo blog. Tant’è vero che alcune foto di tavole estive, apparecchiate e godute in ottima compagnia tra luglio e agosto, sono rimaste indietro nonostante contassi di proporvele a fine estate, appena tornata dopo la lunga pausa nelle Marche.

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La prima è uan tavola che ho apparecchiato per me e mia sorella, che era venuta a trovarci qualche giorno.

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Tavolo apparecchiato per due con runner e tovaglioli azzurri, piatti con doppio filo blu e piattino unico per grissini e cracker.

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Avevo aromatizzato l’acqua con il limone. La bottiglia è quella del latte di cui vi avevo già parlato.

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Quella qui sopra è la foto del tavolo pronto per mia figlia: apparecchio anche per lei con stoviglie normali (ossia speciali…). Il menù del giorno era pasta e ceci, e ho sfruttato questo veccho servizio che abbiamo trovato qualche anno fa, svuotando la soffitta in cui mia suocera ha creato la casetta al mare per noi.

A me e a mio marito questo servizio un po’ anni settanta piaceva molto, e anche se incompleto di tutti i pezzi (si riesce ad apparecchiare per cinque) abbiamo deciso di tenerlo. Sì, per una volta anche Giacomo era d’accordo sull’acquisizione di nuovi piatti, e non potevo perdere l’occasione!

Il cucchiaio invece è in Sheffield ed è stato un acquisto fortunato in un negozio di antichità inglesi a Parma, che purtroppo non ha sito internet. Mi piace molto, e ha anche l’altra faccia decorata con il retro del fiore che vedete davanti.

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L’ultima tavola invece è stata apparecchiata per una cena organizzata a casa all’ultimo momento. Dirò la verità, uno dei miei ristoranti preferiti di Porto San Giorgio offre ai propri clienti la possibilità di preparare alcune cose da portare a casa. Visto il poco preavviso, ho improvvisato una cena di pesce con (ottimo) cibo da asporto.

Inevitabili quindi i miei amati piatti fatti a forma di pesce. La tovaglia l’ho sempre usata a casa in città, quest’estate l’ho portata al mare pensando alle tavole in terrazza e alla fine l’ho lasciata lì, sembrava fatta apposta per pranzi e cene all’aperto.

Soprattutto si è rivelata ideale per i pranzi, quando il sole è a picco sul terrazzo e una tovaglia bianca sarebbe abbacinante, mentre questa con colori chiari ma non bianca viene ravvivata dalla luce del sole senza rifletterla eccessivamente. Nella foto è molto stropicciata perché non era stirata, e anche così non mi dispiace.

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Per questa cena avevo pensato come centrotavola questa lanterna, che poi è stata accesa, con qualche conchiglia intorno.

E così, per pagare pegno di non aver pubblicato prima queste foto, mi tocca farlo oggi, che fra pioggia nebbia e freddo non si sa cosa sia peggio e le tavole d’estate mi sembrano un miraggio lontano.

Buon week end!

Una cena all’aperto per Ferragosto

Un’abitudine che mio marito aveva prima che lo incontrassi e che ho da sbito incoraggiato e condoviso è quella di fare, per la notte di San Lorenzo o per Ferragosto, una cena all’aperto nel bellissimo giardino della casa in città dei miei suoceri.

Sicuramente l’idea nasceva proprio dalla disponibilità di un giardino tanto accogliente e ancor più stupefacente se si considera che è chiuso tra le mura di vecchie case e invisibile all’esterno, in cui poter ospitare in modo assolutamente informale tanti amici, magari rientrati proprio per le ferie di Agosto dalle diverse città in cui vivono.

Di solito la serata si risolveva con una grigliata: un grill grande per la carne, uno più piccolo, di rinforzo, magari per le verdure, ai quali sovrintendevano i soliti due amici esperti fuochisti. Qualcuno si occupava dei cocktail e a fine serata, bei tempi, si andava tutti a ballare in qualche locale sulla spiaggia.

Oggi che la maggior parte di noi ha dei figli piccoli, la cena in giardino rimane comunque un ottimo modo di ricevere gli amici: i grandi chiacchierano a tavola, i bimbi scorrazzano liberamente e quando tornano a casa crollano nel sonno più profondo. Infatti quest’anno abbiamo intenzione di ripetere l’esperienza, per la prima volta da quando è nata Giulia.

Se qualcuno di voi volesse cimentarsi nel ricevere all’aperto, in giardino o in terrazza, ecco i miei consigli.

Il cibo deve essere il puù possibile fresco (in tutti i sensi!) e non troppo elaborato dal punto di vista della preparazione. Si può chiedere agli invitati di portare qualcosa, anche di molto semplice: pane, una torta salata, del gelato, bevande, basta evitare doppioni inutili.

Non devono mancare bibite tenute in fresco. Usate grandi contenitori pieni di ghiaccio per farlo, e teneteli a portata di mano in modo che tutti siano liberi di servirsi. Inoltre portate in tavola frutta di stagione, e verdure, grigliate e crude per il pinzimonio.

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Fonte: Pinterest

Prevedete un dolce, magari da servire già porzionato in vasetti di vetro, come mini cheese-cake o mini tiramisù. Sono perfetti i vasi in vetro dello yogurt o delle conserve, anche diversi fra di loro per forme e dimensione : qualcuno vorrà solo un assaggio di dessert, altri una bella porzione, e ciascuno potrà scegliere da solo.

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Fonte: Pinterest

Per un’occasione rilassata come questa anche i piatti possono essere spaiati, purché con un elemento comune a tutti per conferire armonia all’insieme, per esempio il colore. Questo è anche un punto di partenza per avere un colore che sia le fil rouge della serata: se avete la maggior parte di piatti blu, guardatevi intorno e cercate in casa altri oggetti di questo colore. Vasi, cuscini, candele, tessili di vario tipo che possono essere i complementi della tavola e delle chiacchiere dopo cena.

Fonte: Pinterest
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Per la tovaglia: non serve tirare fuori le stoffe di fiandra, tutto è permesso in un contesto così informale. Piuttosto che una tovaglia di carta comune, pensate di utilizzare dei fogli di carta da pacco: è resistente, potrete buttarla una volta sparecchiato il tavolo, e ha un colore naturale che sarà la base perfetta per la tavola. Oppure scegliete tovagliette americane, anche di materiali vegetali che ben si inseriscono nel contesto giardino, o se avete molti bellissimi strofinacci da cucina, come mi confessava una frequentatrice del blog in un commento, usateli come tovagliette individuali: anche in questo caso basta che siano uniformi per nuance.

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Fonte: Pinterest

Prevedete una buona illuminazione per quando scende il buio. A me piacciono molto le file di lampadine sospese, che fanno subito festa e si possono appendere sopra al tavolo per illuminare bene la zona della cena. Le candele regalano molta atmosfera, ma da sole non basteranno a garantire una buona visibilità.

Pensate alle zanzare, e più in generale agli insetti: non lasciate il cibo incustodito sui tavoli di servizio, e offrite spray anti punture ai vostri ospiti.

Come sempre aspetto le vostre idee e i commenti qui sotto. Buon Ferragosto!

La nostra vacanza in Umbria. Parte terza.

Guardo e riguardo le foto, è difficile sceglierle. Non siamo fotografi eccezionali ma eccezionali nelle foto del nostro viaggio sono stati i soggetti, che di paesaggio o di arte si trattasse.

Il terzo giorno in Umbria siamo stati a Orvieto, forse anche per la vicinanza con Roma unica meta di viaggi massivi tra le tappe della nostra vacanza. Un Duomo degno della sua fama aspettava noi insieme a molti altri turisti.

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Nella mia vita lavorativa mi sono occupata con grande entusiasmo di didattica dell’arte, ma due anni sono veramente pochi per una lezione di iconografia, e Giulia deve essersi annoiata parecchio mentre io cercavo di raccontarle qualcosa. Inutile dire che non sarei più andata via.

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Orvieto è ricca di negozietti che hanno attratto la mia attenzione, tra antiquari, negozi di ceramiche artigianali, di tessuti e altre amenità. Mi ero ripromessa di tenere lo shopping per la seconda metà della vacanza, e ad Orvieto ho voluto con poco anticipo aprire le danze.

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Peccato che fatte le visite della mattina e una sosta pranzo obbligatoria più per la piccola che per noi,  i negozi fossero chiusi, contrariamente alle mie aspettative.

La temperatura continuava a salire, e dopo aver cercato rifugio in uno dei profondi pozzi presenti in città, abbiamo deciso di tornare alla piscina che ci aspettava al Casale San Bartolomeo.

Sono riuscita soltanto ad acquistare un paio di oggetti in legno di ulivo da Patris, una vera bottega artigianale dove un gigante buono lavora l’ulivo e lo rende perfetto nelle sue creazioni.

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Il giorno dopo ci attendevano altre mete ricche di fascino, Todi per prima.

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Ci ha colpiti più di tutto la chiesa francescana di San Fortunato, maestosa all’interno e con una spettacolare scalinata giardino ai suoi pedi.

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Nel pomeriggio siamo arrivati a Spello. Quanto Spello sia fantastica posso solo accennarlo a parole perché io e Giacomo al nostro primo viaggio dopo un’eternità ci siamo dimenticati di ricaricare la batteria della macchina fotografica e non siamo riusciti, né a Todi né a Spello, a trovarne un’altra.

Mura romane intatte, porte della città incredibilmente belle – la porta principale, a tre fornici e ornata da statue di età augustea, ha una torre altissima sulla cui cima cresce un ulivo secolare – templi diventati chiese, una cappella gioiello affrescata sontuosamente da Pinturicchio, e vicoli, vicoli a non finire, in cui perdersi ammirando terrazzi e cortili fioriti, perché a Spello ogni anno viene premiata la più bella “casa fiorita”, e le case espongono con orgoglio sui muri esterni le targhe di ceramica trofei della premiazione.

Mentre io impazzivo di gioia e di «proprio adesso dovevamo rimanere senza poter fare foto?», e avevo già addocchiato un negozio di stupendi tessuti a lavorazione artigianale, le cose iniziavano a mettersi male.

Giulia ha iniziato a piangere, ci siamo accorti che la fronte le scottava, e abbiamo subito raggiunto Assisi dove saremmo dovuti arrivare in serata. Aveva la febbre altissima, e io e Giacomo abbiamo deciso che non era il caso di tenerla in giro, ma neanche in hotel, con 39 di febbre e un caldo terribile fuori, e il giorno dopo siamo rientrati.

Giulia ha avuto una tonsillite che poi come al solito è passata a me, ma pazienza, e dopo qualvhe giorno si è ripresa. Io avevo in mente di visitare una bellissima coltivazione di lavanda poco distante di Assisi, passare a Deruta, per le ceramiche, a Montefalco, per i tessuti, e poi a Gubbio e a Città di Castello, ma il nostro viaggio seppur dimezzato non poteva essere più bello di come è stato.

Queste sono due foto che ho scattato alla Basilica Superiore al tramonto, quando dopo la prima tachipirina la febbre era scesa, Giulia dormiva, la batteria della Nikon si era ricaricata,  e sono uscita dall’hotel per fare due passi e procacciarci un picnic da consumare in stanza.

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A sopresa anche il picnic sul letto con prosciutto e vino umbri e Giulia che si era svegliata con un certo appetito nonostante tutto, è stato meraviglioso.

Torneremo altre volte, ad Assisi ed in Umbria. Intanto ho prenotato un fine settimana a Città di Castello in settembre, per assistere al concerto di chiusura del Festival delle Nazioni e per fare una full immersion di Alberto Burri. Poi si vedrà.

Volevo essere certa di poter viaggiare anche con Giulia, e l’esperimento è riuscito. Sono felice così.

Per le puntate precedenti: qui e qui.

La nostra vacanza in Umbria. Parte seconda.

Se vi siete persi la prima parte del nostro viaggio potete recuperarla qui.

Il secondo giorno di viaggio ci siamo tuffati alla scoperta dell’elegante Spoleto. Seguendo il consiglio dei nostri albergatori – suggerimento ottimo, soprattutto se avete figli piccoli al seguito – abbiamo utilizzato il tapis roulant che porta fino in cima alla città, alla Rocca Albornoziana, e da lì siamo scesi a piedi.

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Certamente Spoleto merita ben più tempo di quello che le abbiamo dedicato noi, ma il nostro viaggio era un primo esperimento per capire come e quanto nostra figlia di due anni e un viaggio itinerante fossero conciliabili, e devo dire l’esperimento è ben riuscito. Ovviamente abbiamo sempre cercato di visitare luoghi che potessero interessarla senza farle perdere la pazienza, quindi ahimè niente musei ma l’Umbria è talmente ricca di strade e chiese e piazze e vicoli spettacolari che quasi no ne ho sentito la mancanza.

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Dopo un giro alla rocca, dalla quale si gode di un panorama stupendo sulla città e sulla curatissima campagna circostante, siamo scesi verso Piazza del Duomo, meravigliosa e perfetta nell’equilibrio raggiunto dallo stratificarsi durante i secoli di architetture diverse. In Piazza stavano allestendo il palco per il Festival dei due Mondi, che ogni anno la città ospita.

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L’interno del Duomo per un po’ ci ha assorbiti e riparati dalla calura che iniziava a farsi sentire.

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Tra una marachella e l’altra siamo riusciti a fare un giretto verso la parte bassa della città, per poi comunque ritornare alla città alta, e attraversare il Ponte delle Torri che collega il colle della Rocca con il Monteluco.

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La passeggiata a strapiombo oltre ad offrirci una vista strepitosa ci ha regalato un po’ di fresco, se non altro per le cascatelle che scrosciano dall’altra parte di questo formidabile acquedotto-ponte.

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Questa struttura è inserita nel paesaggio circostante con un’armonia difficilmente superabile, tanto che sembra galleggiare nella vegetazione. Ecco cosa ha scritto a proposito Goethe, nel suo Viaggio in Italia.

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I giorni in cui abbiamo viaggiato erano eccezionalmente caldi, sapevamo che a poche decine di chilometri ci aspettava una piscina immersa nel verde della campagna umbra, e così abbiamo salutato Spoleto per non approfittare oltre ogni limite della resistenza della piccola Giulia.

Non avremmo mai immaginato di trovarci così bene al Casale San Bartolomeo, dove Gabriele ed Anna ci attendevano. Una loro mail nei giorni precedenti al viaggio mi aveva avvertita di come non fosse facilissimo raggiungere la loro casa-rifugio, e così è stato. Una strada sterrata piena di pietre bianche che sembrano solo portare ad altre pietre bianche conduce in realtà verso un piccolo sogno ad occhi aperti.

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Una casa in sasso circondata dal bosco, un prato curatissimo con macchie colorate di fiori – gelsomino, oleandri, ortensie, lavanda, rose, geranei… – una piscina pulitissima e camere spaziose arredate con garbo sono la ricetta dell’accoglienza perfetta.

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Ma le sorprese non erano finite, e dovevamo ancora scoprire la libreria a disposizione degli ospiti, i gatti piccolissimi e grandi, e l’ottima cucina curata di persona dal padrone di casa. Ora, se lo chiedete a me libri gatti e un buon chef, in buona compagnia – la migliore che potessi avere, quella di Giacomo e Giulia – sono probabilmente il massimo della vita.

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Più tardi abbiamo conosciuto anche Giulia e Giorgia, le figlie deliziose di Anna e Gabriele, che hanno fatto giocare la nostra Giulia con i loro giochi, nella loro casetta in giardino (sì, Casale San Bartolomeo è davvero una meta ideale anche se viaggiate con bambini piccoli).

Un’altalena sospesa ad un albero, un’amaca alla fine di un piccolo sentiero nel bosco, il chiasso delle cicale che cede al silenzio verso sera… mi sembrava di vivere in una favola.

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Siamo andati a letto presto perché la nostra giornata era stata intensa. Mi sono svegliata verso mezzanotte, e l’incanto è stato completo quando guardando fuori dalla finestra ho visto molte piccole luci danzare nel buio della notte. Le lucciole facevano festa nel bosco.

Per me le lucciole sono infantile stupore, sono ricordi lontanissimi di estati passate in Val Trebbia nella casa in collina, sono l’estate e la sera che arriva e mia nonna che mi prende per mano e mi porta a scoprirle, tra le sue ortensie azzurre e le sue rose.

Sono stata tentata di scendere dalla mia stanza in pigiama e godermi lo spettacolo raggiungendo magari l’amaca. Mi sono ripromessa di aspettare la sera seguente per far scoprire le lucciole a mia figlia, che non le aveva ancora viste.

Per fortuna avremmo trascorso un’altra notte a Casale San Bartolomeo, e dopo un altro giorno di giri meravigliosi avremmo potuto godere ancora di quella pace accesa di gioia.

La nostra vacanza in Umbria. Parte prima.

Come sa chi segue il blog su Instagram e Facebook, siamo stati in vacanza in Umbria qualche giorno. Questa vacanza è stata organizzata in pochissimo tempo, dopo che per impegni lavorativi di mio marito ci era saltata una vacanza più lunga e sognata per tutto l’inverno, prevista per maggio, in Provenza.

Con dei tempi più ristretti abbiamo scelto una meta che non fosse troppo lontana (dalle Marche dove io e Giulia ce la spassiamo d’estate, e il papà ci raggiunge appena può).  Avevo visto pochissimo dell’Umbria, e il mio pensiero è subito ricaduto su questa terra ricca di suggestioni artistiche, letterarie, ricca di paesaggi bellissimi e di città da scoprire. Poi la scoperta di alcune coltivazioni di lavanda in questa regione, che forse mi avrebbero tolto un po’ della voglia di Provenza, mi ha fatto decidere senza indugio.

Quando programmo un viaggio utilizzo sempre almeno un paio di guide diverse. Questa volta avevo a disposizione la guida rossa del Touring e la guida Umbria e Marche della Lonely Planet. Ho strutturato un programma con percorsi brevi in macchina, per non stancare troppo Giulia e perché la diffusione capillare di luoghi interessanti ci lasciava solo l’imbarazzo della scelta.

La nostra prima tappa intermedia è stata Castelluccio, a pochi chilometri da Norcia, famosa per le sue lenticchie squisite e per la piana che ne ospita le coltivazioni. Quando siamo passati noi la piana era in piena fioritura.

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É stato un’incanto vedere questo paesaggio pieno di colori sfumati, il bianco della lenticchia accompagnato dal rosso dei papaveri, dal giallo dei ranuncoli e del tarassaco, dal blu dei fiordalisi,  tutti fiori spontanei che crescono intorno.

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Oltre ai fiori nella Piana Grande c’era un gruppo di cavalli bellissimi che venivano preparati da allevatori e cavalieri vestiti come nel Far West. L’effetto era fantastico.

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Siamo arrivati a Castelluccio circa alle 8.30 del mattino, ci siamo fermati giusto il tempo di fare, tra una coccola e l’altra, una passeggiata tra i fiori.

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La tappa successiva è stata Norcia, piccola cittadina raccolta intorno ad una piazza ariosa, in cui spicca la Basilica di San Benedetto con un notevole portale gotico. Nella Basilica, che la leggenda vuole essere la casa in cui naquero i gemelli Benedetto e Scolastica, è possibile assistere alla messa cantata dai monaci (canto gregoriano in latino).

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Anche se, devo confessarlo, le attrazioni principali  di tutta la vacanza sono state: i leoni di pietra, le fontanelle e i cinghiali impagliati appesi fuori dalle norcinerie. Se ne trovano da tutte le parti, e  sono stati sempre di estremo interesse per la piccola turista al suo primo vero viaggio on the road.
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Dopo un ottimo pranzo alla Trattoria dal Francese, che ci ha gentilmente aperto le porte alle 11.40 quando si è svegliato lo stomaco della signorina, ci siamo rimessi in macchina per raggiungere l’agriturismo con piscina in cui rilassaci nel pomeriggio.

A presto con le tappe successive.

Una tavola vista mare. Per due.

La casetta al mare di cui se passate di qui avrete già sentito parlare, ha un terrazzo bellissimo da cui, di scorcio tra i palazzi in prima fila sul lungo mare, si vede anche il mare. Quando non c’è troppo vento, o stranamente troppo caldo come oggi, pranzare o cenare fuori è bellissimo.

L’ultimo fine settimana, un giorno la piccola ci ha fatto la grazia di addormentarsi subito dopo il suo pranzo e ci ha regalato un pranzo a due molto tranquillo. Con i miei piatti a forma di pesce su cui potete leggere di più qui, ho apparecchiato in terrazza.

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Runner e tovaglioli sono di Blanc Mariclò, di una tonalità di azzurro che mi piace molto. Per l’acqua uso una vecchia bottiglia del latte, qui a Porto San Giorgio fino a due anni fa trovavo il latte fresco in vetro e mi piaceva tantissimo. Avevo tenuto un paio di bottiglie da usare per l’acqua, ma proprio solo due pensando di ritrovarlo ogni estate, invece l’anno scorso non si trovava più e questa è l’ultima bottiglia superstite. Ma se volete copiare l’idea una bottiglia della passata di pomodoro andrà benissimo. O se volete delle bottiglie particolarmente belle Chiara l’antiquaria di Modena ne ha sempre tante.

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Ho decorato la tavola con i pesciolini magnetici di un gioco dell’ignara piccola addormentata. I colori si sposano alla perfezione con quelli dei piatti e della tovaglietta. Il piattino che qui vedete vuoto, è invece per appoggiarci la bottiglia dell’olio.

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Stanca di avere macchie di unto e di vino rosso sgocciolate dalle bottiglie sulle mie tovaglie, ho adottato questa soluzione con piattini spaiati che si comprano a cifre irrisorie ai mercatini. Questo, con un po’ di blu sta bene anche sulla tavola del mare.

Che ne dite? Arrivederci alla prossima tavola!