Dieci più uno. I consigli di George Orwell per il tè perfetto.

Mentre facevo ricerche per l’articolo che vi ho promesso dedicato ai miei oggetti Mason’s (trovate qui la prima parte), mi sono imbattuta per caso in una vera chicca, imperdibile per gli amanti del tè, e ho deciso di condividerla con voi.

George Orwell, lo scrittore inglese famoso per indimenticabili romanzi come 1984 o La fattoria degli animali, nel gennaio 1946 scrisse un articolo sull’Evening standard, quotidiano londinese, in cui parlava di come preparare a nice cup of tea, e lo faceva affrontando l’argomento il 11 punti essenziali.

L’autore prima di tutto fa notare come, per quanto il tè sia una bevanda molto diffusa, nei manuali di cucina sia praticamente assente. “Questo è molto curioso”, dice Orwell, dal momento che il tè è uno dei principali segni di “civilizzazione” dei Paesi anglosassoni, attribuendo quindi alla bevanda una grande importanza culturale e identitaria.

Ecco quindi la sua ricetta perfetta.

orwell tè

Per prima cosa lo scrittore, che era nato in India, raccomanda di usare un tè indiano o di Ceylon (oggi Sri Lanka), e non il più economico prodotto cinese, che sembra non piacere ad Orwell, tanto da fargli dire che “nessuno può dirsi più saggio, più coraggioso o più ottimista” dopo averlo bevuto – proprietà che evidentemente riconosce ai tè indiani. La “nice cup of tea” del titolo dell’articolo originale può nascere solo da questo tipo di tè.

Il secondo punto raccomanda di non preparare il tè in grandi quantità con bollitori, tegamini, tantomeno pentole che farebbero assomigliare il tè a quello pessimo servito nell’esercito. Il tè va preparato in quantità moderate, in una teiera possibilmente di terracotta, ancor meglio se di peltro.

La teiera (terzo punto) va sempre riscaldata, e il metodo migliore è appoggiarla sulla pastra calda della stufa – forse oggi possiamo utilizzare i fornelli ad induzione.

Un tè forte è la quarta dritta, sei cucchiaini colmi di forglie per ogni teiera sono l’ideale in barba alle restrizioni che gravavano sull’Inghilterra del dopoguerra. Questo è un lusso che non ci si può concedere ogni giorno, racconta Orwell, ma “meglio una tazza forte che venti povere”. Lo scrittore racconta anche che gli amanti del tè nell’arco della loro vita tenderanno ad apprezzare un tè via via sempre più intenso.

Il quinto punto mi pare molto importante: le foglie di tè vanno messe direttamente nella teiera, senza filtri o bustine, altrimenti non riusciranno a disperdersi naturalmente nell’acqua e a rilasciare completamente il loro aroma. Al bando quindi le tazze-tisaniere così diffuse oggi, e quei filtri fatti a pinza, tanto comodi ma che effettivamente comprimono terribilmente le foglie.

Sesto: l’acqua deve essere letteralmente bollente, e deve essere nuova ogni volta.

Il consiglio numero sette: a un certo punto il contenuto della teiera va mescolato, o meglio agitato, per agevolare la corretta diffusione delle foglie nell’acqua.

Al punto otto, Orwell raccomanda l’uso di “una buona breakfast cup”, ovvero, specifica, dalla forma cilindrica, non la classica tazza da tè, poco profonda, nella quale il tè diventa “mezzo freddo prima che uno abbia iniziato a berlo”. Ma qui ai apre un altro capitolo: la produzione inglese di tazze prevede varie misure; oltre alla classica tea cup, da sempre è prevista la breakfast cup citata dallo scrittore, che è più alta e più stretta della precedente. Approfondirò questo argomento nel prossimo post.

Nove: scremare il latte prima di unirlo al tè, per non conferirgli un sapore troppo stucchevole. Oggi con il latte prodotto industrialmente questo problema è ormai superato.

La decima raccomandazione si inserisce in una delle eterne querelle britanniche legate alla preparazione del tè, ovvero il dilemma di cosa vada versato prima nella tazza tra il tè e il latte. Lo scrittore si schiera apertamente con chi crede vada versato prima il tè, per regolare meglio la quantità di latte desiderato.

L’ultimo punto raccomanda di bere il tè senza zucchero. Orwell ci dice che nessuno può dirsi veramente amante del tè se “distrugge” il suo gusto intenso dolcificandolo. Lo scrittore insiste aggiungendo che tanto varrebbe allora aggiungere sale o pepe. Una volta zuccherata, la bevanda saprà di zucchero e non più di tè.

Ecco a grandi linee il contenuto dell’articolo, che potete leggere nella versione originale a questo link, e vi consiglio di farlo: la lettura è semplice e il linguaggio di Orwell piacevole come un tè della migliore qualità.

Che differenza rispetto ai nostri tè, spesso preparati di fretta, con l’acqua scaldata al microonde direttamente nella tazza e le bustine preconfezionate. Orwell ci manderebbe a quel paese, e probabilmente rimpiangerebbe l’epoca delle foglie razionate e quindi ancora più desiderate, del latte con la panna, delle stufe che riscaldavano tutto, anche la teiera.

Qui di tè si parla spesso, e non ho potuto tenere per me questo delizioso articolo.

 

 

 

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Tavola di Carnevale… o cena indiana?

Manca meno di una settimana a martedì grasso. Così ieri ho iniziato a ragionare su una tavola di Carnevale: non che abbia in programma una cena, ma come dico sempre ogni occasione è buona per inventarsi qualcosa di nuovo e creare una tavola insolita.

Ho iniziato a fare delle prove sul tavolo della sala, partendo da tessuti colorati, dai toni accesi e in contrasto tra di loro, per dare l’idea di una tavola-Arlecchino. Il primo tessuto che ho preso è uno dei sari indiani che ho acquistato e indossato durante il viaggio di nozze in India. Ne avevo presi due, uno di seta azzurro e uno di cotone fucsia a stampa floreale. Il sari è un rettangolo di stoffa lungo circa 8 metri, che le donne indiane indossano con l’aiuto di qualche spilla da balia e molta abilità nel piegare l’abito fino a dargli la sua forma classica, elegantissima e perfetta in ogni momento della vita nel subcontinente. Io in India ho indossato i sari a cena, qualche volta, con l’aiuto del personale degli hotel perché per chi non è più che esperta l’operazione risulta impossibile.

Comunque, mi sono sempre ripromessa di fare qualcosa con questi tessuti bellissimi: abiti estivi tipo tunica, cuscini, tende, in realtà non li ho più utilizzati e per il suo colore il sari fucsia sarebbe perfetto per una tavola colorata. L’ho abbinato, d’istinto, a questo runner color senape, comprato ad una super svendita di chiusura di un punto vendita Blanc Mariclò.

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Dopodiché ho aggiunto alcuni piatti da portata colorati, uno giallo e uno blu, acquistato in Portogallo, poi tre bicchieri, dai colori leggermente diversi,  sempre nelle sfumature del blu.

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L’effetto mi è piaciuto molto, i colori risaltavano incredibilmente accostati fra di loro, ma l’effetto era molto più indiano che carnevalesco…

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Ho quindi riconsiderato l’idea di preparare una cena indiana, magari per San Valentino, per ricreare un po’ dell’atmosfera da fiaba del nostro viaggio di nozze…

Il menù sarà incentrato sui piatti che ci sono piaciuti di più: lenticchie rosse, lenticchie gialle, tofu in salsa di pomodoro con cipolle caramellate, patate al forno con cumino e curcuma, l’immancabile riso basmati al vapore, e il pane indiano, naan, di accompagnamento. Sono tutte realizzazioni abbastanza semplici che ho provato un paio di volte quando avevo ospiti vegetariani. Per il pane invece mi rivolgerò ad un take away indiano con consegna a domicilio, al quale chiederò anche la birra indiana e  qualche samosa.

Per servire, oltre ai due piatti che vedete nelle foto utilizzerò delle piccole ciotole, quasi tutte portate da qualche viaggio, soprattutto dal nord Africa e dalla Puglia – dove ho trovato ceramiche eccezionali – cercando di ricreare il tradizionale pasto indiano in cui tutte le pietanze vengono servite insieme.

Non sono una fanatica della cucina etnica ma i colori di questa tavola mi hanno davvero ispirata. Con buona pace di Arlecchino, e un’abbondante spruzzata di curry.

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Questa sono io con il sari fucsia e il thali, il piatto su cui vengono servite alcune ciotoline con diverse pietanze, da accompagnare con riso bianco e pane.

E voi, avete in programma qualcosa per Carnevale?