Mason’s, l’ironstone e alcuni pezzi nuovi (seconda parte)

Dopo la breve introduzione fatta sulla produzione Mason’s, eccomi per presentarvi i miei  (ormai vecchi!) acquisti.

Dicevo nella prima puntata di essere rimasta molto colpita da due decorazioni, per altro simili nei colori, di Mason’s: il Regency e lo Strathmore. Non potendo decidere da un’immagine su internet quale delle due mi piacesse di più per arricchire la mia collezione di tazze inglesi, ho cercato di procurarmi due “campioni” e meditare sul tema.

Devo dire che dal vivo queste potteries sono davvero spettacolari, i colori sono fantastici e ancora molto brillanti nonostante le tazze mostrino i segni dell’età.

La prima ad essere arrivata è stata lei:

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Una Strathmore in piena regola, nel formato “breakfast cup”, più grande della classica tazza da tè. Quella che George Orwell consiglia di usare nelle sue undici regole per il tè perfetto.

In pratica la capienza delle classiche teacups inglesi è di  200 ml, mentre le  breakfast cups contengono 300 ml di liquido. Ma al di là delle misure, di questa tazza colpiscono i colori brillanti dati a mano sopra al transferware di base, di colore azzurro. Il soggetto rappresentato al centro è un cesto di fiori tipici della campagna inglese.

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Intorno, sul piattino, altri fiori. Nel piatto alcuni particolari sono in rilievo. Questo è un dettaglio per me impossibile da fotografare ma chiaramente percettibile al tatto: la parte più centrale dei fiori grandi, pistilli e stami se non erro, sono riprodotti tramite punti di colore in rilievo.

 

Dopo qualche mese alla prima tazza si è unita un’amica, più piccola e meno “vissuta”, della serie Regency (spesso questa decorazione viene chiamata anche Plantation Colonial). Eccole vicine.

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Ed ecco un dettaglio del piattino per apprezzare meglio il disegno, sempre floreale

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Anche i colori sono simili: azzurro, rosa, giallo, verde. Un pavone fa capolino tra i fiori.

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Insieme alla prima tazza avevo rimediato anche questo vassoietto rettangolare, perfetto per i biscotti o i sandwich da servire con il tè. Uno dei dettagli che preferisco è nei piccoli manici.

DSC_0429Una decorazione in rilievo ottenuta in questo caso con lo stampo del pezzo, e poi dipinta.

Anche le tazze hanno decorazioni molto piacevoli sui manici e all’interno una ghirlanda di fiori richiama i motivi dei piattini

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E per concludere, più le guardo più mi piacciono; tutte e due. Credo di aver scelto di non scegliere, al momento non ho deciso di assortire più pezzi di una delle due tazze, ma di tenerle entrambe da sole, fanno parte del mio piccolo esercito di tazze singole, da far invidia al Cappellaio Matto.

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Voi, in quale vorreste bere il tè?

 

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Dieci più uno. I consigli di George Orwell per il tè perfetto.

Mentre facevo ricerche per l’articolo che vi ho promesso dedicato ai miei oggetti Mason’s (trovate qui la prima parte), mi sono imbattuta per caso in una vera chicca, imperdibile per gli amanti del tè, e ho deciso di condividerla con voi.

George Orwell, lo scrittore inglese famoso per indimenticabili romanzi come 1984 o La fattoria degli animali, nel gennaio 1946 scrisse un articolo sull’Evening standard, quotidiano londinese, in cui parlava di come preparare a nice cup of tea, e lo faceva affrontando l’argomento il 11 punti essenziali.

L’autore prima di tutto fa notare come, per quanto il tè sia una bevanda molto diffusa, nei manuali di cucina sia praticamente assente. “Questo è molto curioso”, dice Orwell, dal momento che il tè è uno dei principali segni di “civilizzazione” dei Paesi anglosassoni, attribuendo quindi alla bevanda una grande importanza culturale e identitaria.

Ecco quindi la sua ricetta perfetta.

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Per prima cosa lo scrittore, che era nato in India, raccomanda di usare un tè indiano o di Ceylon (oggi Sri Lanka), e non il più economico prodotto cinese, che sembra non piacere ad Orwell, tanto da fargli dire che “nessuno può dirsi più saggio, più coraggioso o più ottimista” dopo averlo bevuto – proprietà che evidentemente riconosce ai tè indiani. La “nice cup of tea” del titolo dell’articolo originale può nascere solo da questo tipo di tè.

Il secondo punto raccomanda di non preparare il tè in grandi quantità con bollitori, tegamini, tantomeno pentole che farebbero assomigliare il tè a quello pessimo servito nell’esercito. Il tè va preparato in quantità moderate, in una teiera possibilmente di terracotta, ancor meglio se di peltro.

La teiera (terzo punto) va sempre riscaldata, e il metodo migliore è appoggiarla sulla pastra calda della stufa – forse oggi possiamo utilizzare i fornelli ad induzione.

Un tè forte è la quarta dritta, sei cucchiaini colmi di forglie per ogni teiera sono l’ideale in barba alle restrizioni che gravavano sull’Inghilterra del dopoguerra. Questo è un lusso che non ci si può concedere ogni giorno, racconta Orwell, ma “meglio una tazza forte che venti povere”. Lo scrittore racconta anche che gli amanti del tè nell’arco della loro vita tenderanno ad apprezzare un tè via via sempre più intenso.

Il quinto punto mi pare molto importante: le foglie di tè vanno messe direttamente nella teiera, senza filtri o bustine, altrimenti non riusciranno a disperdersi naturalmente nell’acqua e a rilasciare completamente il loro aroma. Al bando quindi le tazze-tisaniere così diffuse oggi, e quei filtri fatti a pinza, tanto comodi ma che effettivamente comprimono terribilmente le foglie.

Sesto: l’acqua deve essere letteralmente bollente, e deve essere nuova ogni volta.

Il consiglio numero sette: a un certo punto il contenuto della teiera va mescolato, o meglio agitato, per agevolare la corretta diffusione delle foglie nell’acqua.

Al punto otto, Orwell raccomanda l’uso di “una buona breakfast cup”, ovvero, specifica, dalla forma cilindrica, non la classica tazza da tè, poco profonda, nella quale il tè diventa “mezzo freddo prima che uno abbia iniziato a berlo”. Ma qui ai apre un altro capitolo: la produzione inglese di tazze prevede varie misure; oltre alla classica tea cup, da sempre è prevista la breakfast cup citata dallo scrittore, che è più alta e più stretta della precedente. Approfondirò questo argomento nel prossimo post.

Nove: scremare il latte prima di unirlo al tè, per non conferirgli un sapore troppo stucchevole. Oggi con il latte prodotto industrialmente questo problema è ormai superato.

La decima raccomandazione si inserisce in una delle eterne querelle britanniche legate alla preparazione del tè, ovvero il dilemma di cosa vada versato prima nella tazza tra il tè e il latte. Lo scrittore si schiera apertamente con chi crede vada versato prima il tè, per regolare meglio la quantità di latte desiderato.

L’ultimo punto raccomanda di bere il tè senza zucchero. Orwell ci dice che nessuno può dirsi veramente amante del tè se “distrugge” il suo gusto intenso dolcificandolo. Lo scrittore insiste aggiungendo che tanto varrebbe allora aggiungere sale o pepe. Una volta zuccherata, la bevanda saprà di zucchero e non più di tè.

Ecco a grandi linee il contenuto dell’articolo, che potete leggere nella versione originale a questo link, e vi consiglio di farlo: la lettura è semplice e il linguaggio di Orwell piacevole come un tè della migliore qualità.

Che differenza rispetto ai nostri tè, spesso preparati di fretta, con l’acqua scaldata al microonde direttamente nella tazza e le bustine preconfezionate. Orwell ci manderebbe a quel paese, e probabilmente rimpiangerebbe l’epoca delle foglie razionate e quindi ancora più desiderate, del latte con la panna, delle stufe che riscaldavano tutto, anche la teiera.

Qui di tè si parla spesso, e non ho potuto tenere per me questo delizioso articolo.

 

 

 

Vetrinetta svelata

Un po’ di tempo fa, avrei detto due-tre settimane e invece era addirittura agosto, appena tornata dal mare, ho pulito e rimesso in ordine la mia vetrinetta.

Ho cercato di dare un ordine piacevole alle chincaglierie esposte, sperando di non creare un effetto gozzaniano di buone cose di pessimo gusto.

Partiamo dall’alto.

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Il filo conduttore del primo ripiano è, o perlomeno vorrebbe essere, il blu. Oltre a qualche piccolo calice da liquore, trasparente, pochissimi elementi superstiti di due diversi servizi di famiglia, e a qualche altro elemento sparso, ci sono alcune tazze da tè. Le tre tazze  uguali sono state trovate in momenti diversi. Le prime due sono state il mio primo acquisto dalla celeberrnima Chiara di Modena, mentre la terza è stato un fortunato incontro in un negozio di Parma. Le vedete meglio qui.

Le altre due tazze sono un regalo di compleanno (a sinistra) e un auto regalo estivo (a destra), del quale sono felicissima. Chi segue l’Instagram di Simplicitas l’avrà vista spesso ultimamente, è la mia tazza preferita, la desideravo da tempo e complici dei saldi fuori stagione avrà presto delle sorelle gemelle.

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Nel secondo ripiano ho riunito alcuni pezzi incentrati sul rosso lacca della zuccheriera al centro. La zuccheriera e le due tazze decorate con i pappagalli sono state il regalo di laurea che mi ha fatto mio marito, sono del marchio taiwanese Franz, e qui  racconto qualcosa su di loro. Mi accorgo scrivendo che il tema del ripiano potrebbe anche essere l’oriente… qui trovate qualcosa sui tre pezzi giapponesi in fondo a sinistra, e qui potete leggere come la tazza con le peonie, in foto venuta un po’ scura, sia arrivata a me.

Sul terzo ripiano dall’alto è finito un bel mix.

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Ci sono le piccole tazzine e la lattiera del servizio da tè in miniatura che avevo da piccola (confesso, certe fisse le ho sempre avute), delle tazzine da caffè bavaresi, con scena di caccia e fondo oro, e alcuni dei miei piattini spaiati che uso per antipasto, dolce, toast veloce, frutta e spuntini vari. In alto sulla pila di sinistra il piattino dickensiano che ha riscosso molto successo quando ve ne ho parlato nell’ultimo articolo. Questo è l’unico piattino che non ho msi usato: mi piace troppo, è troppo delicato e raro.

Infine, l’ultimo ripiano, quello più in basso.

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Qui tengo alcuni piatti da portata rotondi, due vasi da fiori, la ciotolina d’argento che un tempo era in bella vista sul tavoline del divano e che ad oggi rimane fuori dalla portata di nostra figlia (il tavolino è di cristallo… non vorrei che lo sfondasse a colpi di ciotolina).

La qualità delle foto è sempre pessima, abbiate pazienza. Che ve ne pare?